Sperimentare è vitale per la scuola

di Francesco Cavalli, già deputato al Gran Consiglio                      

Quando nel 2014 comparve il primo documento su “La scuola che verrà” mi colpì favorevolmente il sottotitolo “Idee per una riforma tra continuità e innovazione”. Due parole chiave, continuità e innovazione che ancora oggi, a mio modo di vedere, caratterizzano questo progetto sulla cui sperimentazione saremo chiamati a votare il 23 settembre.
Continuità, in quanto la struttura della scuola dell’obbligo non viene per nulla stravolta: non tanto perché, ad esempio, non sono introdotte nuove discipline e non ne vengono abolite, ma soprattutto perché vengono riaffermati i principi dell’inclusività, dell’eterogeneità e dell’equità.

Paura, denigrazione e demagogia

di Alessandro Robertini
Presidente regionale PS Bellinzonese e docente SUPSI

Tra i detrattori della sperimentazione, e ribadisco sperimentazione, di tre anni della riforma della scuola obbligatoria detta Scuola che verrà (Scv) sta emergendo un palese nervosismo che denota una totale mancanza di argomenti validi contro un progetto che porterà solo dei miglioramenti al sistema scolastico ticinese.
Sembrerebbe che non si voglia sperimentare, perché c’è il timore che questo possa, con buona probabilità, confermare la bontà del progetto, smontando tesi che vorrebbero invece smantellare il settore pubblico scolastico a favore di modelli che favoriscono solo i più abbienti, come avveniva prima della scuola media unica che a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta sostituì, con ottimi risultati, ginnasio e scuola maggiore.