Due iniziative alimentari per renderci più forti di fronte alle crisi internazionali

Carlo Zoppi, Consigliere comunale PS – Lugano

La Svizzera è un paese estremamente globalizzato e le fluttuazioni imprevedibili dei mercati mondiali hanno una grande influenza sul nostro paese. Se un sasso viene gettato nello stagno dell’economia mondiale siamo fra i primi a sentirne gli effetti. Il recente esempio della crisi della lira turca è lampante. Aumentare la nostra resilienza, cioè la capacità di sopportare e adattarci ai grossi shock esterni, è un modo per sottrarci almeno in parte a ciò che non possiamo prevedere né controllare e dovrebbe essere una delle priorità per la salvaguardia della nostra indipendenza nazionale.

Dovremo presto o tardi trasformare le nostre attività produttive in modo che diventino le più sostenibili possibili per l’ambiente, sempre che la nostra specie voglia ancora fra 100 anni popolare la sfera che occupiamo attualmente evitando di fare la fine del bollito misto dentro ad una pentola a pressione. È giusto considerare il convulso desiderio di poter scegliere fra quattro diversi tipi di fragole in gennaio una priorità quando abbiamo specie autoctone dimenticate, consumate fino a quando l’avocado quotidiano non è diventato un bene primario essenziale?

L’alimentazione è uno degli elementi fondamentali per garantire la nostra qualità di vita, il rispetto dell’ambiente e delle condizioni di vita di chi produce e raccoglie il cibo che mangiamo. Il prezzo artificialmente basso dei prodotti agricoli che consumiamo oggi non tiene in considerazione i costi sociali e ambientali di produzione e serve ad incrementare i margini di profitto dell’industria agroalimentare e della grossa distribuzione mettendo in difficoltà chi coltiva la terra in tutto il mondo.

Mettiamo sotto pressione gli agricoltori per essere più produttivi, gli facciamo avvelenare la terra con prodotti chimici e prosciugare le sempre più rare fonti di acqua dolce. Quando si produce troppo, un sistema rapace abituato a comprare e vendere tutto ci obbliga a gettare il cibo in esubero perché il prezzo economico del prodotto è troppo basso. Questo perché l’economia non tiene conto del prezzo sociale e ambientale di quanto produciamo e consumiamo. Ricordo ancora con rammarico la notizia dei contadini svizzeri obbligati a buttare la sovrapproduzione agricola per evitare un calo drastico dei prezzi per via delle leggi di mercato. Se i prezzi fossero corretti forse eviteremmo di sprecare il cibo e daremmo maggiore valore a quello che ci arriva nel piatto.

Con due Sì il prossimo 23 settembre daremo una chiara direzione all’agricoltura svizzera verso uno sviluppo economico omogeneo dove l’agricoltore può riacquistare la propria dignità in quanto attore essenziale dell’economia, al pari del trasformatore e del distributore e garantiremmo un futuro meno instabile per il nostro paese rendendoci più forti di fronte alle crisi internazionali.