Parco nazionale: un’opportunità da cogliere

di Manuele Bertoli, Consigliere di Stato PS
pubblicato dal “Corriere del Ticino”

 

Nel Locarnese, dove vivo, la campagna di votazione negli otto Comuni toccati dal progetto di parco nazionale si sta infiammando. Le ragioni a favore del sì sono chiare: anche senza tener conto degli aspetti naturalistici, si tratta di un’opportunità che sarebbe peccato lasciarci scappare, sia dal profilo della promozione del territorio, sia dal profilo delle opportunità economiche che il parco potrebbe generare, sia dal profilo dei contributi di oltre 50 milioni in 10 anni.

Le ragioni promosse dai contrari oscillano tra il classico benaltrismo, ovvero l’idea secondo cui al posto di un parco nazionale andrebbe promosso un parco regionale, il presunto conflitto insanabile tra cittadini e vallerani, con i primi descritti come pronti ad adeguarsi a norme e divieti e i secondi meno avvezzi a conformarsi all’ordine costituito, nonché una serie di messaggi contraddistinti da un certo disfattismo.

L’idea secondo cui il parco nazionale non andrebbe bene per il Locarnese, al contrario del parco regionale, parte da un riconoscimento positivo dell’idea di parco, differendo solo sulla sua qualità formale. Le differenze tra un parco nazionale e uno regionale non sono da poco, ma va sottolineato come il voto del prossimo 10 giugno dovrà comunque essere ripetuto nel 2028, e sarà quindi quello il momento per decidere se l’esperienza del parco nazionale andrà abbandonata o riconvertita. Dire di no oggi in nome di qualcos’altro non ha quindi molto senso, considerato anche che dove questo argomento è stato usato dai contrari (a Cevio, in Valle di Blenio), nessuno ha mai ripreso o chiesto di riprendere i lavori per giungere a un parco regionale.

Anche l’idea delle due visioni contrastanti del rapporto tra uomo e natura, quella del cittadino che abita fuori dal parco e per sua natura sarebbe incline a rispettare i vari vincoli e quella della persona proveniente da zone meno urbane che avrebbe un rapporto diverso con l’ambiente, non mi pare convincente. Non credo che chi abita fuori dalle città abbia per tradizione un rapporto predatorio con la natura. I miei parenti contadini avevano un gran rispetto per la terra, che dava loro da mangiare e da lavorare, e io ho imparato molto da loro, anche l’arte di saper cogliere le opportunità quando si presentano, cosa che non accade spessissimo. Curioso poi osservare che la libertà di cacciare (già limitata dalle esistenti bandite di caccia), di pescare e di raccogliere funghi (già limitate dai regolamenti cantonali) venga sostenuta esternamente anche e soprattutto da persone che in realtà vivono nelle zone urbane, che hanno il fucile, la canna da pesca e gli scarponi nella cantina della loro casa cittadina o comunque periurbana, naturalmente rifacendosi al mantenimento di tradizioni che esse stesse hanno abbandonato da tempo.

Quanto infine al disfattismo, lo si è potuto percepire qua e là con la disinformazione che ha fatto capolino durante la campagna. Si è sentito parlare di presunti limiti per i proprietari degli immobili siti al di fuori della zona centrale, del tutto inventati, dell’esistenza di «zone cuscinetto» segrete e non codificate, inesistenti e formalmente smentite dall’autorità cantonale, di una pianificazione occulta e plutocratica volta a cacciare gli uomini dalle valli per ridare il territorio all’inselvatichimento e chi più ne ha più ne metta. Seminare il dubbio è facile, ma l’atteggiamento rinunciatario è poco opportuno, soprattutto in questo caso, visto che comunque il parco nazionale dovrà saper dare buona prova di sé in dieci anni per essere riconfermato.

Non lasciamoci prendere la mano dal disfattismo. Diamo alle zone rurali del Locarnese l’opportunità che le loro autorità ci chiedono e poi, tra un decennio, tireremo le somme. Il 10 giugno sosteniamo il parco nazionale con un sì.