Il tedesco nella scuola: si fa presto a dire prima

di Manuele Bertoli, Consigliere di Stato PS
pubblicato dal “Corriere del Ticino”

 

In queste ultime settimane fioriscono sui media i commenti a favore di una ricollocazione del tedesco nel sistema di insegnamento delle lingue seconde nella scuola dell’obbligo, una campagna di stampa che intende lanciare un dibattito che di quando in quando si ripresenta alla società ticinese. Un dibattito benvenuto, perché la nostra condizione di minoranza linguistica in un Paese plurilingue nel quale l’inglese è lingua straniera ci obbliga ad apprendere, oltre all’italiano, le altre due principali lingue nazionali e la lingua franca internazionale, quindi anche a discutere su cosa sia meglio fare per raggiungere questo obiettivo.

Per rispondere a questa esigenza vi sono due vie che intendo percorrere: da un lato quella più immediata, verso un aumento della promozione di occasioni di immersione linguistica, dall’altra quella di un approfondimento dell’attuale organizzazione dell’insegnamento, tramite un gruppo di lavoro allargato, per un confronto a oltre dieci anni dalla riforma 3 della scuola media, quella che ha portato all’impostazione attuale (francese obbligatorio dalla III elementare alla II media e poi facoltativo, tedesco obbligatorio dalla II alla IV media, inglese obbligatorio in III e IV media).

Va detto che per tutti i giovani ticinesi, oltre che una grande opportunità, lo studio delle lingue è stato ed è un impegno gravoso, riconosciuto anche come un’eccezione nel quadro del concordato HarmoS, ma scorciatoie non ce ne sono. La scuola dell’obbligo è impegnata a fare la propria parte portando gli allievi a un certo grado di conoscenza delle lingue seconde, lingue che poi andranno approfondite e/o lasciate a dipendenza delle scelte effettuate nel quadro della formazione postobbligatoria.
Per restare al passo con i tempi, dicono alcuni, occorre «un approccio più moderno nei confronti dello studio delle lingue». Tradotto dal politichese, la richiesta è quella di anticipare e potenziare l’inizio dello studio del tedesco. L’idea alla base di questa proposta parte da due assunti: uno è quello del «prima si comincia meglio è», mentre il secondo è quello per cui «il tedesco serve più del francese». Presupposti che andrebbero approfonditi e non dati per scontati.

È necessario però spendere alcune parole su tre elementi da considerare nel quadro dell’organizzazione dell’insegnamento delle lingue alla scuola dell’obbligo.
Il primo si rifà alla scelta della lingua con cui cominciare, che in Ticino è sempre stata il francese. Non va perso di vista il fatto che il francese è quella, tra le tre lingue seconde insegnate in Ticino, che è più vicina all’italiano; quindi quella che permette agli allievi di entrare più facilmente nella dimensione del plurilinguismo e quindi, anche per questo, privilegiata nella scelta. È importante che l’approccio alle lingue seconde non inizi con scalini eccessivi, cosa che produrrebbe risultati poco utili.

Il secondo elemento è più di tipo organizzativo e si può riassumere con il motto «non più di due lingue seconde per volta». La concatenazione degli insegnamenti obbligatori nella scuola dell’obbligo ticinese evita proprio che gli allievi siano obbligati ad apprendere contemporaneamente tre lingue seconde.

Il terzo elemento è invece inerente allo spazio che le lingue devono avere nell’insegnamento, poiché non va perso di vista che l’italiano e le lingue seconde oggi occupano tra il 35% e il 43% delle lezioni nel secondo biennio di scuola media. Con questi numeri già molto alti un potenziamento è difficilmente concepibile, a meno di non toccare pesantemente altre aree disciplinari o di aumentare il numero di ore settimanali, già non proprio leggero.

Un punto è riconosciuto sostanzialmente da tutti come importante: la necessità di potenziare le esperienze immersive nella realtà linguistica da apprendere. Attraverso gli scambi linguistici, i periodi di pratica professionale in altri cantoni, una maggiore mobilità degli allievi. Sono anni che insisto presso la Conferenza dei direttori della pubblica educazione sul fatto che la Svizzera dovrebbe essere un modello negli scambi linguistici. Essendo multilingue, piccola e piuttosto benestante, ho più volte proposto di andare verso la stipulazione di un accordo intercantonale specifico. Un passo in questa direzione lo abbiamo fatto con il nuovo mandato alla fondazione Movetia.

Gli scambi di classe alla scuola media devono crescere; per farlo necessitano di risorse e di partenariato. Nel postobbligatorio crescono le esperienze d’insegnamento bilingue e i giovani ticinesi sono tra gli svizzeri che usano maggiormente tutte le possibilità oggi aperte dai vari programmi gestiti dal servizio Lingue e stage all’estero, presente nel nostro sistema scolastico da molti anni. Stiamo però parlando di ragazzi più grandi, già fuori dalla scuola dell’obbligo, pronti ad accettare queste occasioni (l’anno scorso sono stati oltre 300 a partire per esperienze di questa natura durate fra le 3 settimane e i 6 mesi). Anche qui si può fare meglio: con un sufficiente sostegno politico questa dimensione, fatta di esperienze, d’immersione in altre realtà, potrà essere potenziata e migliorata e potrà produrre risultati maggiori rispetto a qualche aggiunta di ore di lezione in più alle scuole elementari o medie.