La scuola che verrà: non c’è peggior sordo…

di Manuele Bertoli, Consigliere di Stato PS
pubblicato dal ‘Corriere del Ticino’

 

Accogliendo gran parte delle indicazioni scaturite da due vaste consultazioni pubbliche e tenendo conto di quanto contenuto in atti parlamentari di diversi partiti, il progetto di riforma La scuola che verrà è maturato in maniera importante, evolvendo al punto di aver fatto cambiare significativamente, in positivo, l’atteggiamento delle organizzazioni dei docenti sulla prevista sperimentazione.

Malgrado ciò, e nonostante il prossimo scoglio sia appunto una sperimentazione, quindi non qualcosa di definitivo e scolpito nella pietra, alcuni si ostinano a intralciare a tutti i costi il percorso di sviluppo di questa riforma.
Perché sarebbe «egualitaristica (scuola uguale per tutti)», come ha affermato giovedì su questo giornale Gerardo Rigozzi, ignorando le spiegazioni inerenti alla differenziazione pedagogica già più volte riproposte. Eppure dovrebbe essere abbastanza agevole capire che il concetto di differenziazione pedagogica all’interno di un contesto unico che caratterizza il progetto differisce profondamente da quello di «scuola uguale per tutti». La riforma, con la differenziazione pedagogica, vuole promuovere l’equità, non l’uguaglianza. Ma quando non si vuol capire c’è ben poco da fare.

Certo, il contesto scolastico sarà uno solo, senza separazione fisica di ragazze e ragazzi. Del resto questa è già ora la realtà di gran parte della nostra scuola dell’obbligo (nove anni tra scuola dell’infanzia, scuole elementari e scuola media e altri due nell’ultimo biennio di scuola media, ad eccezione di matematica e tedesco). E la nostra scuola è buona, come ammette lo stesso Rigozzi. Per ben oltre il 90% del tempo scolastico vive già il tanto vituperato contesto unico senza grandi problemi. E migliorerà ulteriormente, se saranno portati quegli accorgimenti organizzativi che permetteranno ai docenti di lavorare più vicino alle individualità degli allievi, accorgimenti spesso tratti direttamente dall’esperienza ticinese e che il progetto propone di rafforzare.

Purtroppo chi è contrario a prescindere si attacca a tutto. Si attacca al piano di studio e alle competenze, che come già spiegato più volte non c’entrano nulla con la riforma e che comunque finora non sono messe in discussione da nessuno né a livello intercantonale, né dai miei colleghi della CIIP citata da Rigozzi, né a livello federale (pensiamo alla formazione professionale, organizzata direttamente da Berna, che da decenni ha messo le competenze al centro della propria impostazione). Oppure si attacca ai costi per l’educazione dei nostri figli, sostenendo che 25 milioni all’anno per il Cantone e 9 per i Comuni tra 4 o 5 anni sono tanti, ma al contempo non batte ciglio quando nel breve volgere dell’ultima estate, senza ombra di pianificazione, consultazioni o sperimentazione, in Ticino è comparso come un fungo un pacchetto fiscale, per fortuna compensato da interventi sociali, che dal 2018 costerebbe 22 milioni di franchi annui al Cantone e 16 ai Comuni.

 

Giancarlo Dillena, in un suo articolo precedente sul medesimo tema, invitava a guardare la realtà piuttosto che sognare modelli di scuola ideale. Ed è proprio perché la realtà ci indica con chiarezza cristallina che l’investimento nella formazione dei giovani è quanto di meglio possiamo fare come collettività per il nostro futuro che la riforma merita di essere almeno sperimentata. Le ricerche e l’esperienza ticinese ci indicano che i risultati migliori si ottengono tenendo conto delle diversità degli allievi senza però separarli e categorizzarli strutturalmente. Mi sembra dunque ragionevole sperimentare e poi discutere il progetto dati alla mano. Una contrarietà pregiudiziale verso la sperimentazione non porta nulla né alla politica, né alla scuola, né ai nostri figli.