Idroelettrico in crisi: la soluzione svedese

di Bruno Storni, Deputato PS al Gran Consiglio
pubblicato dal “Corriere del Ticino”

Si è chiusa in questi giorni la consultazione sulla proposta di legge che prevede una sostanziale riduzione dei canoni d’acqua per far fronte alla crisi dell’idroelettrico svizzero. L’adagio è conosciuto: si vogliono tagliare i canoni per ridurre i costi di produzione che da qualche anno sono superiori ai prezzi di mercato diminuiti notevolmente a seguito della parziale liberalizzazione del mercato elettrico, dell’esubero di energia in Europa dovuto al forte sviluppo del rinnovabile e dei prezzi stracciati dell’energia da carbone.

In tutto il mondo, di regola, gli Stati sono proprietari delle proprie risorse naturali, dai giacimenti di petrolio alle materie prime, e concedono lo sfruttamento dietro pagamento di adeguati compensi. C’è chi come la Norvegia riesce anche in parte a sfruttarle con aziende di Stato guadagnando pure dall’estrazione, lavorazione e vendita, accumulando ingenti capitali riservati alle future generazioni quando i pozzi saranno esauriti.

Attualmente i canoni d’acqua nel nostro Paese incidono per circa 1,2 cts/KWh sul prezzo dell’elettricità; a confronto i Comuni incassano 0,9 cts/kWh solo per ospitare i cavi elettrici sotto (o sopra) le strade comunali. Che si possa entrare in una logica di flessibilizzazione dei canoni si può discutere; da non discutere è invece l’importo globale (556 milioni di franchi all’anno) che deve continuare a retribuire correttamente lo sfruttamento di valli e corsi d’acqua. È quindi più che logico e condiviso opporsi al taglio come si vede anche dalle risposte alla consultazione in generale negative. La soluzione alla crisi dell’idroelettrico dev’essere cercata in primis limitando l’acquisto di energia sottocosto da carbone all’estero, ma qui c’è di mezzo il mercato che, sebbene solo parzialmente, è sostanzialmente liberalizzato. Da dire che negli ultimi mesi i prezzi stanno risalendo, sia per il rafforzamento dell’euro, sia per la ripresa del costo dei certificati CO2 EU, ma anche grazie ad altre situazioni contingenti (vedi fermi prolungati di centrali nucleari in Francia e in Svizzera).

Il problema però è ancora lungi dall’essere risolto; non lo sarà prima della chiusura definitiva delle centrali nucleari tedesche e di vecchie centrali a carbone. L’idroelettrico in Svizzera rimane esposto al grande mercato europeo ricco di incognite e con rischi di perdite come quelle che abbiamo da qualche anno. Una delle proposte più logiche sul tavolo, tassare l’energia elettrica da carbone importata con la tassa sul CO2 svizzera, sembra non sia applicabile in quanto l’accordo internazionale sul commercio GATT definisce l’energia elettrica come merce e quindi vieta l’adozione di misure fiscali diverse per l’elettricità importata per rapporto a quella prodotta in Svizzera (principio della non discriminazione).

Una soluzione alternativa potrebbe essere un sistema di quote sull’esempio svedese iniziato nel 2003 per promuovere il nuovo rinnovabile ma che ha considerato anche gli impianti esistenti. In Svezia è stato istituito un mercato interno di certificati verdi che obbliga i distributori ad acquistare e rivendere un determinato quantitativo di energia certificata prodotta nel Paese. I produttori di energia elettrica rinnovabile oltre all’energia mettono su un mercato separato certificati verdi (un certificato ogni MWh prodotto), garantendo redditività al vecchio e nuovo rinnovabile.

 

Il sistema è limitato agli impianti di produzione di elettricità rinnovabile situati in Svezia (dal 2012 anche in Norvegia, che si è aggiunta al sistema). Lo Stato definisce la quota annuale di energia certificata da produrre per promuovere lo sviluppo del rinnovabile per realizzare gli obiettivi di politica ambientale. Concretamente i distributori di elettricità ma anche i grandi consumatori che acquistano energia all’estero o ne autoproducono più di 60 MWh sono obbligati ad acquistare sul mercato una determinata quota di certificati per rapporto all’energia distribuita o consumata. I certificati vanno restituiti annualmente allo Stato per verifica. Il prezzo dei certificati dipende da domanda e offerta del mercato. I soggetti che non restituiscono annualmente allo Stato il numero di certificati stabilito, pagano una penale del 150%, ma ci sono anche meccanismi di banking.

Per il GATT i certificati non sono merce quindi il sistema è legale ed è accettato dall’UE dove, come detto, il sistema è in vigore in Svezia ed esteso alla Norvegia, Paese non UE. Perché non adottarlo anche da noi con le dovute verifiche e adattamenti, chiaramente mantenendo i prezzi attuali ai consumatori vincolati che di fatto non hanno visto le riduzioni di prezzo che tanto pesano sul nostro idroelettrico (anzi dovranno già pagare i 100 milioni di premio di mercato per gli impianti in perdita)?