Sputnik: il Big Bang di Sergei Korolev

di Bruno Storni, Deputato PS al Gran Consiglio
pubblicato da ‘La Regione’

 

60 anni fa l’ingegnere russo Sergei Korolev che intanto che sviluppava missili balistici intercontinentali per l’esercito pensava a missioni nello spazio, riuscì al primo tentativo a mettere in orbita il primo satellite artificiale della Terra, lo Sputnik, di forma sferica per volere del suo ideatore perché si adattasse idealmente ai corpi celesti come la Luna. Fu un’impresa tecnologica dirompente che diede avvio all’era spaziale ma ancor più dirompente fu l’accelerazione nell’innovazione in generale che ne conseguì. Per gli americani una Pearl Harbor senza spargimento di sangue, un inatteso allarmante segnale che l’Unione Sovietica li aveva superati tecnologicamente. Il presidente Eisenhower suonò subito la riscossa fondando la Nasa e l’Advanced Research Project Agency (Arpa), investendo nella formazione e liberando Von Braun da veti militari imposti ai suoi piani spaziali.

Il concetto del vettore R7 con i 4 booster di spinta al primo stadio realizzato da Korolev per scopi militari e che portò Sputnik in orbita, è ancora oggi presente nei vettori russi Soyuz, i più affidabili sul mercato con 1’500 lanci. Gli Usa dopo l’enorme Saturno e lo Shuttle rottamati hanno ceduto l’innovazione nei vettori a privati come Musk. Ma l’effetto Sputnik fu un vero e proprio Big Bang dello sviluppo tecnologico e scientifico per gli Usa e per il mondo che si sta tuttora espandendo. Contrariamente ai russi che grazie al genio di Korolev disponevano di vettori nettamente più potenti, gli Usa per raggiungere lo spazio dovettero cercare di ridurre il peso di satelliti e vettori miniaturizzando l’elettronica allora basata su tubi a vuoto. Gli investimenti nella ricerca furono moltiplicati puntando su transistor al silicio potenzialmente più efficienti e piccoli; così presso Fairchild Semiconductor, da poco fondata a Mountain View nella Valle dei frutteti di Santa Clara poi rinominata Silicon Valley, già nel ’58 il fisico svizzero Jean Hoerni inventò il processo planare grazie al quale Fairchild mise sul mercato i primi transistor al silicio planari, tecnologia usata ancora nei microprocessori odierni.

La paura di essere colpiti da missili sovietici portò il ministero della Difesa Usa a moltiplicare centri di comando e calcolatori distribuendoli sul loro vasto territorio e per interconnetterli fu sviluppata Arpanet che nel 1969 creò una prima rete di 4 calcolatori: l’embrione di internet. Con il processo di Hoerni Fairchild riuscì nel 1961 a produrre la prima fami- glia di circuiti integrati poi utilizzati per la missione Apollo, mentre Texas Instruments su mandato mili- tare produsse circuiti integrati per i missili Minuteman, così i primi calcolatori elettronici a integrati trovarono applicazione nell’aerospaziale già pochi anni dopo lo Sputnik. Poi nel 1971 il primo calcolatore su un chip: il microprocessore 4004 di Intel (spin off di Fairchild sempre a Mountain View). La conseguente forte diffusione di calcolatori portò allo sviluppo dell’informatica, linguaggi di programmazione, sistemi operativi, il Web nel 1990 al Cern (poi sviluppato al Mit a Boston), fino ai motori di ricerca di Google nel 1997 e l’iPhone di Apple nel 2007. Tutto prevalentemente negli Usa che ancora oggi primeggiano tecnica- mente e commercialmente e che nell’ultimo decennio hanno metaforicamente satellizzato diversi miliardi di internauti iperconnessi grazie ai miliardi di transistor che troviamo in smartphone o tablet di ultima generazione. L’elevato livello tecnologico che oggi ci pervade non sarebbe immaginabile senza i sogni spaziali di Korolev materializzati con il Big Bang del 4 ottobre 1957.