Questione salari minimi e sentenza Tribunale federale

di Henrik Bang, deputato PS al Gran Consiglio
pubblicato da “La Regione’

 

Ho letto con un certo sconforto la replica, un po’ nervosetta, di Stefano Modenini in risposta al con- tributo di Igor Righini in merito alla decisione del Tribunale federale sulla questione dei salari minimi. Il presidente del Partito socialista aveva semplicemente esposto la sua posizione e quella di una parte della popolazione (tra cui annoveriamo anche qualche imprenditore e artigiano locale) che ha una visione di- versa del mondo, anche per il semplice fatto di avere problemi diversi, rispetto a quelli del Signor Modenini e in particolare quello, non secondario, di riuscire a pagare le bollette a fine mese e di riempire con del cibo, sempre di minor qualità, le pance dei propri famigliari.

No, noi non facciamo finta di non capire ma sfortunatamente siamo a stretto contatto con una fascia, crescente, della popolazione ticinese che, per ovvi motivi, non può frequentare i salotti della società per bene per il semplice motivo che non ha i soldi per farlo. Proprio nei giorni scorsi si è appreso che i frontalieri, che reputo onesti lavoratori che hanno anche loro il nobile scopo di sfamare la propria famiglia, sono aumentati a 65’490 con una tasso di crescita, rispetto al giugno 2016, del 5,3%, dato molto interessante perché dovrebbe significare che la crescita economica (ragione di vita per alcuni) continua inarrestabile. Peccato che proprio qualche ora pri- ma sono stati presentati pure i dati dell’assistenza ove a fine maggio abbiamo raggiunto la quota di 8’255 persone, con un aumento su base annua del 6%. Persone, famiglie composte da una buona fetta di ex lavoratori onesti, che sono finite sul lastrico solo per il fatto di essere state sostituite da altri lavoratori che hanno accettato salari inferiori al limite dello sfruttamento. Chi fa ciò è un imprenditore o un falco? Il mio, e nostro concetto è semplice, se le aziende ticinesi, che sfruttano il territorio, le strutture e i servizi ticinesi, non riescono a pagare salari dignitosi non hanno oggettivamente un senso a fare impresa qui, magari pure grazie a importanti sgravi fiscali, e con il risultato di portare solo inquinamento e traffico.
Come ribadisce Modenini, la visione comune dell’imprenditore è quella che lo vuole determinato, autoritario, cinico e spietato, al fine di raggiungere i propri obiettivi. E per fare questo, non guarda in faccia a nessuno, ma forse nella realtà non è sempre così e forse in futuro, speriamo che lo sarà sempre meno. Certo è che lui con le sue affermazioni favorisce proprio questi imprenditori maldestri e queste aziende marce. Non dimentichiamo che proprio per questo il Partito socialista, proprio lui, aveva proposto trami- te una mozione il marchio di “azienda etica” che prevedeva di favorire le imprese locali che impiegavano manodopera locale con salari dignitosi. Chi ha affossato questa idea, definendola ridicola? Proprio Aiti e i partiti a loro vicini. Si pensa spesso che un imprenditore che ha successo, lo raggiunga attraverso metodi senza scrupoli, creando un clima di terrore nell’azienda e fra i suoi collaboratori, ed esercitando un pote- re/comando di tipo impositivo e autoritario. Un tale sistema di gestione aziendale crea dei limiti molto evidenti allo sviluppo di una impresa.

Essere un imprenditore etico significa avere per prima cosa rispetto per i valori umani: comprendere e consapevolizzare per prima cosa quelli che sono i propri valori, quelli che sono i valori guida dell’impresa, ed avere rispetto per i valori delle risorse umane che collaborano nell’azienda. Che non significa, come qualcuno potrebbe pensare, semplicemente pagare bene, ma in Ticino lo si fa sempre meno, e di più i propri collaboratori, ma farli sentire importanti, farli sentire parte di un qualcosa di più grande, che dà un senso alla loro vita. Naturalmente ciò fa parte delle regole del libero mercato: uno fa un’offerta, l’altro decide se accettarla o meno, il problema che però si pone, sempre di più, qui in Ticino è che quanto offerto non permette più di sopravvivere, pertanto i Ccl sono una necessità per garantire la pace sociale. Come imprenditore locale questo modello di società non lo voglio e continuerò a battermi affinché il lavoro venga retribuito in modo onesto e spero che sempre più imprenditori e artigiani abbiano la stessa voglia di difendere il nostro mercato del lavoro. Ai clienti, ai committenti pubblici e privati faccio l’appello di scegliere ditte locali professionali che fanno la miglior offerta (che spesso non è quella con il minor costo) e che scelgano imprese che elargiscono salari dignito- si e che formano apprendisti. È in gioco il nostro e il vostro futuro.