«Con la flessibilità si rischia l’imbroglio»

intervista a Igor Righini, Presidente PS
di Gianni Righinetti, pubblicata dal “Corriere del Ticino”

Domani, sabato 29 aprile, il PS si riunirà per riflettere sul mondo del lavoro. Ne abbiamo discusso con il presidente Igor Righini alla luce del documento elaborato dal partito. Qual è il punto focale e quale lo scopo?

«Il punto focale riguarda la difesa dei salari e di condizioni di lavoro dignitose. Una parte sempre più importante dei ticinesi vive uno stato difficili e soffre. Vi è grande incertezza e troppe persone non possono progettare un futuro. Il ceto medio ticinese perde potere d’acquisto e diventa precario. In questo contesto si tratta di difendere la qualità di vita dei cittadini ticinesi. Questo è l’impegno e l’obiettivo del PS».

Il 1. maggio è dietro l’angolo, ma la festa dei lavoratori pare ormai ad appannaggio dei sindacati. Il PS vuole recuperare il terreno perduto?

«Il 1. maggio appartiene ai lavoratori. È urgente lottare insieme per delle condizioni di lavoro e dei salari dignitosi. Si tratta di guardare alla realtà con onestà; osserviamo un peggioramento delle condizioni di lavoro, un continuo attacco alle conquiste sociali ottenute grazie al Partito Socialista. La previdenza sociale, l’AVS, la previdenza professionale. Diremo la nostra il 1. maggio e continueremo a lottare ogni giorno dell’anno contro l’ingiustizia sociale».

Ma la dignità dei lavoratori si combatte con documenti e convegni o con slogan in piazza?

«La dignità dei lavoratori è un valore inviolabile. Ci si batte ovunque e con ogni mezzo, sfilando per le strade e andando in piazza, ma anche passando dalle stanze istituzionali a colpi di documenti e atti politici. La conferenza sul lavoro organizzata dal PS è necessaria. Serve a mettere in risalto una situazione problematica che danneggia la vita di molte persone. Serve a sensibilizzare i cittadini, a proporre dei correttivi ad un sistema del lavoro difettoso».

Qual è il principale problema del mondo del lavoro ticinese?

«Il principale problema sono i salari. I salari dei ticinesi sono più bassi della media nazionale. Il salario medio dei ticinesi corrisponde a mille franchi in meno rispetto a quello dei colleghi confederati. Al saldo delle spese per l’alloggio e dei premi cassa malati, constatiamo l’erosione dei salari reali in Ticino. Il ceto medio si sta impoverendo. Questo problema è grave e va affrontato urgentemente da tutti».

Vi concentrate anche sul fenomeno della precarietà generata dalla flessibilità. Ma dimenticate di dire che la flessibilità risponde anche a precise necessità dei cittadini e dei lavoratori stessi. Chi sbaglia allora?

«La flessibilità è un fattore che può tornare comodo a tutti, al datore di lavoro e ai lavoratori. Purché vengano riconosciute condizioni di lavoro adeguate e salari dignitosi. A patto che la flessibilità sia corrisposta da un netto miglioramento della qualità di vita dei lavoratori. Altrimenti non è altro che un imbroglio a beneficio di chi imprende».

Intervenite anche su «Prima i nostri»; cosa non vi convince di quanto ha fatto la commissione del Parlamento?

«Non si può illudere i ticinesi che le misure saranno efficaci e attuabili e poi concludere con proposte che vanno a regolare situazioni di per sé già sane. Bisognava avere il coraggio di agire nel privato non andare a giocare nel pubblico. Ma questo coraggio i partiti che hanno sostenuto “Prima i nostri” non ce l’hanno avuto. Sono troppi i conflitti d’interesse interni; le stesse persone che hanno tirato il carro in campagna elettorale adesso dichiarano che quel progetto “arrischia di fare più danni che benefici” e che a causa del progetto “le aziende lasceranno il Ticino”. Come fai a credere in quelle persone quando loro per primi, speculano sulla pelle dei ticinesi e assumono personale oltre confine a bassa costo? Serve maggior sensibilità sociale e meno egoismo imprenditoriale. Non si può giocare e speculare sulla vita dei dipendenti».

Sul concetto di povertà le opinioni si sprecano. Ma dal vostro punto di vista chi può essere considerato in questa categoria oggi in Ticino?

«La povertà non è un concetto, ma una condizione in cui vivono più di mezzo milione di persone in Svizzera di cui 73.000 sono bambini e minori. Non è il punto di vista del PS che definisce chi vive in questa condizione, sono i fatti che lo dimostrano e i dati statistici sono lì a confermarlo. Il 10% della popolazione attiva, nel nostro Cantone, guadagna meno di 3.100 franchi al mese. In Ticino più di un terzo della popolazione vive in un’economia domestica con un reddito ai limiti del minimo vitale sociale. In Ticino più di una persona su tre ha difficoltà ad affrontare una spesa imprevista di 2.500 franchi. Oltre alle statistiche, la povertà e la precarietà hanno un volto. Dobbiamo imparare a guardargli in faccia. È nostro dovere osservarla, conoscerla, parlarne e agire per debellarla».

Il Ticino conosce una pressione verso il basso dei salari. Il frontalierato ha un ruolo in questo meccanismo? E come proponete di combatterlo?

«Vivere a diretto contatto con la Lombardia, una popolazione di dieci milioni di abitanti che conta un numero di disoccupati quanto la stessa popolazione ticinese non aiuta di certo. Il PS chiede l’adozione di misure concrete e facilmente attuabili. Salari legali minimi dignitosi, più controlli del mercato del lavoro, misure di sostegno ai disoccupati oppure a chi è in cerca di un primo impiego grazie ad un fondo del lavoro. Fare muri e costruire steccati non serve a nulla se non a vincere le elezioni; ma poi i problemi rimangono. Il mondo del lavoro ticinese non va messo sotto una campana di vetro ma aiutato a formarsi, crescere e affermarsi. Abbiamo costruito il benessere della Svizzera grazie anche agli stranieri che sono venuti da noi a lavorare. La via va ricercata nella collaborazione e nella convivenza non nell’esclusione».

Un dato allarmante è senz’altro quello che indica, di mese in mese, i casi delle persone in assistenza. A chi dice che a questo abbiano contribuito anche le maglie troppo larghe in materia di immigrazione e più in generale un buonismo tutto svizzero, come replica?

«Da noi come altrove si va in assistenza poiché non vi sono più altre vie che ti garantiscono un minimo vitale. È l’ultima spiaggia dopo l’uscita dal mondo del lavoro. Chi maschera questo dato allarmante con qualche caso di abuso non fa altro che negare il problema. E non vi è modo peggiore per risolvere un problema che rifiutare di vederlo oppure negarne le cause».

Sull’iniziativa dei Verdi accolta dal popolo su «Salviamo il lavoro in Ticino» la situazione resta d’impasse. Come se lo spiega?

«Stiamo parlando di una modifica Costituzionale votata dal popolo ticinese. Anche questa è l’espressione inequivocabile della volontà popolare. Le proposte avanzate dalla politica di adottare salari tra 2.600 franchi e 3.300 sono al di sotto della soglia di povertà, non rispettano la costituzione e vanno rifiutate. Con quei soldi in Ticino non arrivi a fine mese. La politica non può obbedire unicamente alle esigenze dell’economia speculativa negando i bisogni delle persone che lavorano . La politica deve fissare dei salari minimi dignitosi. Serve maggior rispetto e considerazione».