Naturalizzazione agevolata per gli Svizzeri della terza generazione

di Andrea Ghisletta
Consigliere comunale Mendrisio

Studiando da qualche anno a Berna ho avuto modo di conoscere alcuni dei giovani coinvolti dalla votazione sulla naturalizzazione agevolata per gli “stranieri” della terza generazione. Virgoletto “stranieri” perché, al di là del passaporto, di stranieri non si tratta.
Nella mia esperienza ho incontrato soprattutto nipoti di immigrati italiani (che contano circa il 60% degli interessati dalla riforma), originari prevalentemente dal Sud Italia ma cresciuti a Bümpliz o a Köniz, con buone conoscenze di italiano ma con un perfetto Bärndütsch. Perché chiamare stranieri persone che a scuola imparano la democrazia diretta e la formula magica e non la fiducia di Camera e Senato a un governo, che studiano il patto del Grütli e non l’unificazione con Garibaldi, e che, al di là del legame affettivo e istituzionale con il paese d’origine, crescono esattamente come i coetanei svizzeri?
Giovani che imparano, grazie a un’istruzione solida e inclusiva di tutti gli strati sociali – quella sì, elemento cardine da salvaguardare per un’integrazione efficace –, la laicità dello Stato, la convivenza pacifica tra varietà culturali e linguistiche, la suddivisione della Confederazione in cantoni e comuni. Talvolta si ha una concezione stereotipata dell’essere svizzero, in primis quando si parla di stranieri: si pensa al contadino in camicia Edelweiss, che pratica la lotta svizzera e canta lo jodel. In realtà, il 99% degli Svizzeri non è così e non è il vestiario, lo sport o le tendenze musicali a fare il cittadino svizzero, ma la conoscenza delle istituzioni e dei principi democratici di base.

Perché non chiedono la naturalizzazione ordinaria, allora? Una domanda che io stesso mi sono posto e che ho avuto modo di porre ad alcuni di loro. C’è innanzitutto un fattore psicologico. Parliamo di persone cresciute svizzere ma “straniere” sulla carta, chiamate a dimostrare di esser davvero svizzere. Subentrano due effetti: un senso di ripicca verso uno Stato che chiede ai propri figli di dimostrare l’ovvietà di essere integrati, dopo una vita trascorsa a Köniz o a Bümpliz; un senso di inadeguatezza, se ci si paragona allo stereotipo di Svizzero in camicia Edelweiss. In secondo luogo c’è il fattore burocratico. I giovani, lavoratori a basso salario o studenti a salario zero e dalle tante priorità, di soldi in tasca non sempre ne hanno. Ed ecco che, di fronte a una spesa che può essere anche di migliaia di franchi, l’atto di naturalizzazione viene procrastinato. A tal proposito sarebbe interessante chiedere ai nostri diciottenni per cosa spenderebbero i propri risparmi, per una patente di guida o – essenzialmente – per poter votare? La naturalizzazione agevolata, rovesciando l’onere della prova, uniformando il panorama burocratico e abbassando i costi, potrebbe finalmente spingere parte di questi “stranieri” a naturalizzarsi.

Il 12 febbraio non si voterà niente di rivoluzionario: non verremo invasi da giovani musulmane in burqa e non distribuiremo passaporti come punti del supermercato. Ma potremo migliorare le condizioni di naturalizzazione per tanti giovani, stranieri solo sulla carta, e questo è certamente un buon motivo per votare Sì.