Ridiamo dignità all’idroelettrico ticinese

di Bruno Storni, deputato PS in Gran Consiglio

pubblicato da “La Regione”

Sono molti gli argomenti a favore dell’uscita pianificata dal nucleare, a partire dai rischi che i reattori concepiti 50 anni fa comportano e dall’eredità che lasciamo ai nostri figli e alle prossime generazioni sotto forma di scorie nucleari per centinaia di migliaia di anni. Argomenti che purtroppo a Fukushima o Tchernobyl hanno prove catastrofiche e inconfutabili. Preferirei questa volta scrivere in chiave regionale e tematizzare la questione dell’idroelettrico ticinese, settore che ha attinto a piene mani dal nostro territorio lasciando molti corsi d’acqua a deflussi minimi. Impianti che producono pregiata energia per due terzi ripresa praticamente a prezzo di costo dalle aziende comproprietarie d’Oltregottardo, quindi pagando poche imposte sull’utile in Ticino, beneficio principale per il nostro territorio: posti di lavoro e canoni d’acqua per il Cantone. Sappiamo che da qualche anno, con la liberalizzazione parziale del mercato elettrico e a seguito dell’esubero di energia sul mercato, i prezzi sono in picchiata e le aziende elettriche si trovano a dover vendere parte della produzione sottocosto; Aet nel 2015 per la prima volta ha chiuso in perdita.

“La liberalizzazione parziale del mercato permette ai grossi consumatori e ai distributori di acquistare elettricità sul mercato al minor costo a scapito dell’idroelettrico ticinese”

Licenziamenti nell’idroelettrico
La liberalizzazione parziale del mercato permette ai grossi consumatori e ai distributori di acquistare elettricità sul mercato al minor costo a scapito dell’idroelettrico ticinese. Aet come molte aziende idroelettriche è sotto pressione e, oltre a tagliare finanziamenti sportivi e culturali, ha rivisto il contratto collettivo iniziando a risparmiare anche sul personale. Non ha ancora effettuato licenziamenti ma l’aumento dell’orario di lavoro a 42 ore settimanali concordato con i sindacati condurrà giocoforza a non sostituire chi va in pensione. Nella medesima situazione di Aet in Ticino abbiamo Ofima e Ofible. Cosa potrebbe succedere lo vediamo già nel Canton Berna dove la Kwo, l’Aet bernese, taglia 60 posti di lavoro su 350, perché in perdita e i progettati rinnovi degli impianti non sono più finanziabili visti i prezzi di mercato. Oltre al qualificato personale sacrificato si fa perdere valore agli impianti. Una situazione grottesca se pensiamo che proprio l’idroelettrico è il rinnovabile già dalla prima ora e grazie ai numerosi bacini avrà in futuro un ruolo di primo piano anche per regolare e complementare fotovoltaico ed eolico.

Nucleare non copre i costi
A mantenere artificialmente bassi i prezzi contribuisce il nucleare che in Svizzera ha il 37% del mercato e produce a prezzi inferiori all’idroelettrico perché gode di sussidi diretti e indiretti, coprendo solo parzialmente i costi per lo smantellamento e lo stoccaggio per centinaia di migliaia di anni delle scorie. Inoltre l’alto rischio del nucleare non trova assicuratore disposto ad assumerlo: si parla di eventuali danni in caso di incidente che vanno da 80 a 8’000 miliardi di franchi. Il rischio se lo prende lo Stato, noi contribuenti, come in Giappone dove i proprietari di Fukushima sono in bancarotta e lo Stato paga per i danni causati dai reattori fusi che disperdono radioisotopi da ormai 5 anni. Ma se da una parte il nucleare gode di sussidi statali, l’idroelettrico paga l’uso dei corsi d’acqua allo Stato: sono circa 50 milioni che il Cantone incassa per lo sfruttamento di Maggia, Verzasca, Brenno, Ticino e affluenti, canoni d’acqua che a causa dell’esubero di energia dovuta anche alla forte produzione nucleare sono ora messi in discussione (tagli dal 2020?). Il canton Berna ha già rinunciato a una parte di essi.

Opportunità per il nostro Cantone
Per il nostro Cantone l’uscita dal nucleare oltre a difendere l’idroelettrico valorizzerà i nostri boschi produttori di energia rinnovabile, creerà nuovi impieghi nell’edilizia per tetti fotovoltaici, per il risanamento energetico di immobili e per la conversione di riscaldamenti. Uno studio del canton Grigioni quantifica il lavoro creato dal risanamento di edifici tra i 650 e i 1’500 posti di lavoro. Anche il recente studio della Zhaw stima in 6’000 nuovi posti di lavoro che l’uscita pianificata dal nucleare creerebbe in Svizzera grazie alla sua sostituzione con nuovo rinnovabile. Lasciare in esercizio i vetusti reattori nucleari, oltre ai conosciuti rischi, danneggerebbe ad oltranza il patrimonio idroelettrico e l’economia ticinese.