Una lezione per voltare pagina

di Anna Biscossa, ex Presidente del PS 

pubblicato da “La Regione”

È stata una notte travagliata e un risveglio complesso, di fronte ai risultati elettorali degli Usa.
Senza la pretesa di voler essere originale, credo proprio che abbiamo infatti assistito al cedimento di una diga, la cui rottura è molto probabile possa cambiare il paesaggio politico globale nel mondo. Perché, se da un lato, si può star tranquilli che Trump modificherà i toni e i modi nel suo futuro agire politico, per lo meno a livello formale e in parte anche sostanziale, come peraltro ha già cominciato a fare, la diga ha comunque ceduto quando gli elettori hanno scelto, in un Paese come gli Stati Uniti che ha fatto della libertà e della tolleranza la propria bandiera per tantissimi anni, una persona che ha basato tutta la sua campagna sui valori esattamente opposti a quelli tradizionali e cioè la chiusura, il razzismo, la paura.
Vi è da credere che se gli Stati Uniti hanno voluto con chiarezza eleggere alla presidenza una persona come Trump per rappresentarli e condurli nei prossimi quattro anni, l’effetto immediato sarà che questa scelta spalancherà la porta e spianerà le strade a tutti i populismi, i razzismi e le scelte di chiusura che si stanno da tempo manifestando nei diversi Paesi del mondo, contribuendo a creare radicalizzazioni di tutti i tipi, violenze gravissime e gratuite, confronti e scontri (che sarebbe forse giusto chiamare guerre) capaci di provocare sofferenze infinite!
Credo allora necessario, di fronte a questi presagi davvero preoccupanti, fare qualche ragionamento sulle cause di questo voto statunitense e soprattutto sulle responsabilità politiche che soggiacciono a tali scelte. Comincio allora, come credo sia giusto fare, dalla mia parte politica, cioè da quella sinistra che non ha voluto o, meglio, saputo opporsi con forza al liberismo, accontentandosi di cercare strategie per accompagnare e tentare di attenuare gli effetti dirompenti e devastanti di un mercato globale privo di qualsiasi regola.

‘Abbiamo peccato di arroganza’
Abbiamo peccato di arroganza, pensando di poter influenzare, regolare e farci amico il mercato globale e, nel contempo, ci siamo chiusi nella convinzione che la correttezza politica fosse condizione necessaria e sufficiente per assegnarci un ruolo importante nella conduzione politica. E in troppi casi lì ci siamo fermati! Dimenticandoci di ascoltare, non solo con le orecchie ma anche con la pelle e il cuore, le richieste, le esigenze, le paure, i timori presenti nella società e soprattutto tra coloro che da sempre abbiamo rappresentato o avremmo dovuto sentire il dovere di rappresentare e cioè i lavoratori, i falsi autonomi, i disoccupati e i sottoccupati e recentemente anche una classe media sempre più povera.
Abbiamo visto crescere a dismisura la ricchezza prodotta, l’abbiamo vista concentrarsi nelle mani di pochissimi (a livello mondiale, meno dell’1% di tutta la popolazione detiene oltre il 50% della ricchezza complessiva, concedendo quanto avanza al restante 99% della popolazione), abbiamo visto lievitare continuamente la produttività, e cioè l’efficienza del lavoro, ma non il benessere di coloro che lavorano, abbiamo assistito alla crescita continua delle diseguaglianze e delle insicurezze sociali, abbiamo vissuto e stiamo vivendo la dissoluzione delle forme fin qui conosciute del lavoro.

Ridistribuire la ricchezza è una responsabilità politica
Ci siamo in poche parole dimenticati sia che la ridistribuzione della ricchezza era ed è una responsabilità politica prioritaria e irrinunciabile per ogni società che voglia continuare ad esistere, sia che la produzione della ricchezza non può essere una variabile disgiunta dalla ridistribuzione della stessa. Soprattutto non ci siamo dati sufficientemente la pena di trovare nuove strade, un nuovo progetto di società capace di opporsi e andare oltre la dittatura del mercato globale, nonché di trovare nuovi modi e nuove forme per garantire più giustizia sociale e maggior solidarietà, restando spettatori spesso attenti e volenterosi, ma certamente troppo passivi rispetto a quanto stava accadendo.
È stata anche una nostra enorme responsabilità quella di aver fatto nostre le logiche volute e imposte dal mercato globale e che davvero hanno permesso ai governi di mettere le mani nelle tasche dei cittadini e cioè quelle logiche finanziarie che hanno di fatto, e continuano a farlo, fettina dopo fettina, cancellato i diritti universali delle cittadine, dei cittadini e dei territori per trasformare, quando va bene, gli stessi in servizi a pagamento, pubblici o privati che siano.

‘Non abbiamo saputo proporre progetti credibili per dare speranza’
Abbiamo permesso che concetti come il bene comune, l’interesse generale, il senso dello Stato, la responsabilità sociale dell’economia potessero essere sbeffeggiati nella quotidianità e dimenticati nel gremio politico. Non abbiamo cioè saputo proporre progetti credibili, capaci di dare speranza. E così facendo abbiamo lasciato campo libero ad altri nel confezionare soluzioni e dare spiegazioni sulle cause del crescente malessere sociale. Ci siamo cioè tolti dalla scena e abbiamo permesso alla destra populista e razzista di costruire ad arte capri espiatori, imputando tutte le colpe a chi queste colpe non le ha, e cioè gli stranieri, i richiedenti l’asilo, i rifugiati, nonché di usare l’arma della salute finanziaria delle casse pubbliche per trasformare i diritti in carità e le regole in fastidiosi lacci.
Come se non bastasse, abbiamo consentito alla destra populista di avanzare soluzioni inesistenti, non solo zoppicanti ma proprio incapaci di stare in piedi, permettendo loro di far apparire aspetti assolutamente marginali e secondari come le uniche vere cause dei problemi (e il mercato e le regole del lavoro ne sono un ottimo esempio).

‘Abbiamo smesso di raccontare la verità’
In altre parole, abbiamo smesso di esserci, di raccontare la verità e di gridarla con tutte le nostre forze! Ma è un dato di fatto che le analisi e le soluzioni proposte dalla destra sono state, per anni, le uniche ad occupare la cronaca, fingendo furbescamente, senza mai farlo minimamente nella sostanza, di mettere in discussione e di opporsi ai disastri causati, sui cittadini, sull’ambiente e sull’economia produttiva, dal mercato globale. E così, anche il grande popolo americano, di fronte alla propria paura, alle proprie incertezze, alle difficoltà di saper leggere il futuro, ha finito per crederci e ha votato di conseguenza. Ma di fronte al cedimento di una diga non ha senso aspettare che le acque defluiscano da sole e che il fango sparisca miracolosamente.

Rimbocchiamoci le maniche!
Occorre rimboccarsi le maniche e ritornare a fare quello che è sempre stato il nostro dovere, stando saldamente sul territorio, e non solo nei gremii politici, raccontando la verità e testimoniando la solidarietà attiva e militante a chi ne ha bisogno, ritornando ad essere davvero i progressisti capaci di leggere la realtà oltre l’immediato e di proporre visioni, progetti e soluzioni per il futuro. Occorre cioè rimboccarsi le maniche ed agire tenendoci tutti, donne e uomini progressisti, ben stretta la speranza per riprenderci finalmente il futuro! Per concludere, permettetemi di ricordare come non spetti solo alla sinistra fare qualche considerazione sul proprio agire nell’ultimo decennio, per capire le responsabilità politiche su questa realtà davvero allarmante. Anche in casa liberale e tra i centristi un attimo di riflessione credo possa essere utile! Per tentare di evitare, tutti insieme, errori laceranti da qui in avanti!