Senza nucleare dal 2029: una strategia possibile

di Bruno Storni, deputato in Gran Consiglio
pubblicato dal Corriere del Ticino

 

Il 27 novembre si vota per l’abbandono pianificato di reattori nucleari a tecnologie dimostratesi a più riprese estremamente rischiose. Nel mondo su 500 reattori già 5 hanno visto la fusione del nucleo con i disastri che conosciamo. Siamo all’1%: in quale altra attività così potenzialmente catastrofica rischieremmo a questi livelli?
D’altronde anche coloro che oggi spergiurano sulla sicurezza dei nostri reattori, Benznau 1 e 2 compresi, fino a pochi anni fa giustificavano la richiesta di 3 nuovi reattori (domande preliminari presentate nel 2008 e ritirate solo da pochi giorni) con l’argomento che nel 2025 diversi reattori avrebbero dovuto essere spenti per vetustà. Nel 2011 dopo Fukushima e prima delle elezioni numerosissimi parlamentari ipotizzavano una durata di vita massima di 50 anni, quindi con i 45 anni dell’iniziativa non si chiede certo la luna.

Previsioni sbagliate
Solo pochi anni fa l’industria elettrica Svizzera prevedeva dal 2020 un’importante deficit di energia elettrica, la famosa Stromlücke, se non fossero stati costruiti 3 nuovi reattori per un totale di 4,8 GW contro gli attuali 3.2 GW che andavano spenti.
Sappiamo dov’è finita la Stromlücke. Lo sviluppo di energia da fonti rinnovabili ha avuto finora esiti che proprio la lobby elettrica nazionale ha sempre negato, giudicandola come utopie ambientaliste e, oltretutto, ostacolandola in sede legislativa (48.000 impianti in lista d’attesa). Per inciso, solo in Germania, in 15 anni, il nuovo rinnovabile copre ormai quasi il 30% dei consumi.
Tanto che, malgrado la chiusura di 9 reattori, la Germania è diventata esportatrice di elettrica mettendo in crisi sia il nucleare sia l’idroelettrico svizzero. È vero che nell’esportato tedesco c’è elettricità da carbone, che andrebbe pure abbandonato, ma è anche vero che ci sono decine di nuove efficienti centrali a gas a ciclo combinato ferme per i costi superiori del gas per rapporto al carbone.
Nel nostro Paese fare a meno del nucleare (37% del totale) entro il 2029 è fattibile: la galoppante innovazione tecnologica degli ultimi anni e le prospettive di ulteriore sviluppo del rinnovabile date dall’abbandono del nucleare sono premesse molto favorevoli.

“Non è necessario sostituire tutto il nucleare con rinnovabile perché i consumi diminuiranno grazie a misure di efficienza energetica. Il nuovo rinnovabile farebbe il resto: una quota percentuale a due cifre è più che realistica”

 

Efficienza e nuovo rinnovabile
Non è necessario sostituire tutto il nucleare con rinnovabile perché i consumi diminuiranno grazie a misure di efficienza energetica; in Svizzera l’abbondanza di energia da nucleare ha diffuso a dismisura l’inefficiente riscaldamento elettrico diretto. Si parla di oltre 200.000 edifici, oltretutto poco isolati termicamente, il cui risanamento creerebbe anche molto lavoro per edilizia e impiantistica. Il nuovo rinnovabile farebbe il resto e, visti i numeri già ottenuti in molte nazioni europee, una quota percentuale a due cifre è più che realistica. Negli ultimi decenni grazie al crescente impegno nella ricerca e nello sviluppo di nuove tecnologie soprattutto nel settore energetico, le innovazioni sono all’ordine del giorno; far previsioni già solo a 5 anni risulta difficile.
Finora la politica energetica era dettata da grandi aziende parastatali che monopolizzavano il mercato con strutture centralizzate e politiche oggi obsolete. Esempio i 700 milioni che stanno spendendo per mantenere in vita i reattori di Beznau, roba da accanimento terapeutico con rischi per la popolazione.
Aziende e politici che paventavano carenze e scenari da lume di candela, poi smentiti dall’abbondante offerta degli ultimi anni e di nuovo dall’attualità: oltre a Beznau 1 la novità è che anche Leibstadt rimarrà per mesi fuori esercizio «non pianificato» senza grandi ripercussioni sebbene manchi già il 47% del nucleare.

Bisogna evitare altri rischi
Che si possa fare anche in modo tutt’altro che pianificato l’ha dimostrato il Giappone: nei due anni post Fukushima ha spento per motivi di sicurezza tutti e 50 i reattori. Chiaramente la repentina operazione, oltre a tagli nei consumi, ha richiesto apporti energetici da fonti fossili (nel frattempo in diminuzione, sostituite da rinnovabile) ma, come detto, l’operazione non era pianificata. Ricordo il disastro di Fukushima, evacuazione di 200.000 abitanti (100.000 ancora sfollati), pompieri inviati ai reattori che esplodevano come al fronte, a un certo momento si ipotizzava di dover evacuare Tokyo a 250 chilometri. Che i rischi del nucleare siano elevati lo dimostra anche il fatto che le centrali non hanno assicurazioni adeguate ai pericoli che comportano. È la Confederazione che dovrà pagare eventuali danni a terzi, roba da centinaia di miliardi visto che i nostri reattori si trovano in regioni fortemente urbanizzate dell’altipiano e non su un’amena costa del Pacifico come Fukushima. Chiaramente più i reattori invecchiano, più i rischi aumentano e, secondo Pierre-Franck Chevet, direttore dell’autorità di sicurezza nucleare francese, «un incidente nucleare come Fukushima in Europa non può essere escluso» (aprile 2016).