I nostri salari, ecco il problema

articolo e intervista a Manuele Bertoli, Consigliere di Stato  
pubblicati da La Regione, di Aldo Bertagni

 

«Basta fare due conti, come li ho fatti io, per scoprire dove sta il problema». Di Manuele Bertoli, consigliere di Stato e direttore del Decs, si può dire tutto ma non che segue passivamente l’onda. I partiti ticinesi stanno discutendo su come affrontare l’iniziativa anti-immigrazione ‘Prima i nostri’? Lui riporta il campanile al centro del villaggio e presenta le cifre. Nude e crude, così come si possono leggere nel sito dell’amministrazione cantonale: il salario orario stabilito per i Contratti normali di lavoro (Cnl) – vale a dire dove non c’è un Ccl e dove il dumping è stato evidenziato – in diverse circostanze è sotto i 20 franchi e 60 centesimi, tanto quanto una media prestazione assistenziale (dunque il minimo vitale).

La famiglia media ticinese è composta da poco più di due persone (2,26) e se a carico dell’assistenza ha diritto a prestazioni finanziarie per 3’749 franchi al mese. Tanti? Beh, dipende dai punti di vista. Oltre la metà dell’assegno (55%) se ne va in affitto di locazione e cassa malati. Stiamo parlando, precisa il consigliere di Stato socialista, dei parametri varati dalla Conferenza svizzera delle istituzioni dell’azione sociale. Se invece facciamo capo alla Laps il limite di fabbisogno della stessa famiglia sale a 4’482 franchi e ancor di più stando ai parametri delle prestazioni complementari Avs/Ai (4’733 franchi mensili). Chi lavora e percepisce un salario sotto queste soglie, viene considerato un “working poor” vale a dire una lavoratore povero. Fare un confronto fra i casi sopraccitati e i salari minimi dei Cnl non è cosa semplice perché evidentemente i criteri mutano. Per concedere l’assistenza pubblica, non importa tramite chi, si prendono in considerazione tutti i membri della famiglia e il relativo fabbisogno, mentre chi lavora viene pagato sulla base della specifica prestazione professionale. Che tua abbia o meno un’ipoteca, sempre quello resta. Ciò detto, si può comunque tentare il raffronto.

“il salario orario stabilito per i Contratti normali di lavoro in diverse circostanze è sotto i 20 franchi e 60 centesimi, tanto quanto il minimo vitale”

 

«Ho preso in considerazione l’economia domestica media ticinese. Poi ho stabilito il salario in base alla settimana lavorativa degli impiegati cantonali, ovvero 42 ore, per complessivi 12 mesi. Ebbene il risultato è 20,60 franchi all’ora» ci dice Bertoli. Ovvero il minimo per restare nei parametri delle prestazioni assistenziali. A proposito di salari minimi, fra l’altro, il Cantone può intervenire sino a un pochetto sopra la politica sociale, come ha deciso il Tribunale federale. Perché altrimenti si entra nella politica economica che è di competenza federale. E sempre per la cronaca, il calcolo che stabilisce i working poor considera solo 36 ore settimanali e dunque prevede un salario orario più alto.

L’analisi del direttore del Decs, come detto, si basa sulla famiglia media ticinese, ovvero 2,26 persone, che per sopravvivere in Svizzera dovrebbe poter contare, appunto, su uno stipendio orario di almeno 20 franchi e 60 centesimi. «Non va dimenticato – aggiunge Bertoli – che un lavoratore dovrebbe essere in grado, secondo l’Ufficio federale di statistica, di mantenere una famiglia composta da due membri. Altrimenti si finisce nei working poor». La situazione attuale? Basta dare un’occhiata alla tabella pubblicata sul sito online dell’amministrazione cantonale. È quella che si riferisce ai salari minimi secondo i Contratti normali di lavoro; contratti, vale la pena ricordarlo, decisi dal governo sulla base delle indicazioni della Commissione tripartita (perché composta dai partner sociali e pubblici) dopo segnalazioni d’irregolarità o dumping salariale. Ma come mai il Consiglio di Stato avalla minimi salariali più bassi di quanto concesso con le prestazioni sociali? «Beh, è la Tripartita che fa le proposte, come dice la legge, e non so bene sulla base di quali meccanismi. Il Consiglio di Stato può approvarle o meno». Con molta probabilità fa stato il confronto fra salari e non quest’ultimi con le condizioni dettate dalla politica sociale. Si guarda la prestazione, non il bisogno. Sia come sia, il vero problema è fra i “nostri”.

‘Si preferisce parlare di migranti’

Manuele Bertoli c’è un margine di manovra, a suo giudizio, stando le retribuzioni orarie che lei presenta?

Credo che si potrebbe riprendere la cosa nell’elaborazione della legge sui salari minimi che segue l’adesione popolare all’iniziativa dei Verdi. Non so a che punto sia il gruppo di lavoro costituito e non voglio nemmeno pestare i piedi al collega Christian Vitta [direttore del Dfe e titolare del dossier, ndr]. La mia è solo una riflessione.

Che giudizio politico ne esce?

Beh, ho preso spunto dalla polemica innescata da un imprenditore locale che milita nel fronte della destra e lamenta bassi salari nei Contratti normali di lavoro. Le retribuzioni minime certamente, a mio avviso, pongono ancora un problema in termini di sostenibilità di una famiglia.

Più che ‘Prima i nostri,’ dunque, bisognerebbe chiedere salari adeguati ai nostri imprenditori?

Beh, certo. L’immigrazione si potrebbe contenere, forse, pagando salari decenti ai lavoratori residenti. Ragionando solo sul numero degli stranieri tollerabili in Canton Ticino o in Svizzera, vuol dire saltare completamente il discorso retributivo. Per le alte funzioni dirigenziali la concorrenza italiana sarà sempre forte, ma siamo a un altro livello dove certe dinamiche sono comprensibili. Qui invece siamo al punto che un residente non può accettare certi salari perché non ci campa, oppure ci vive grazie all’assistenza pubblica.