Il Ps fatica a farsi capire, ma per svoltare a sinistra si riscopra movimento

Intervista pubblicata da Il Caffè
a Marina Carobbio Guscetti, Consigliera nazionale

Anche se si tratta di un partito politico, consultare un medico per capirne il reale stato di salute può essere utile. Soprattutto se il partito in questione è quello socialista e il medico è Marina Carobbio. La parlamentare, tra i papabili per la presidenza del Nazionale nel 2019, con il Caffè “tasta il polso” al PS, partendo dalla crisi internazionale delle socialdemocrazie e dei partiti progressisti. La sua terapia è chiara: “Tornare tra le gente, essere meno partito dentro le istituzioni e più movimento”.

“Le difficoltà innescate dalla crisi economica hanno creato grandi tensioni nelle società di molti Paesi europei – spiega -. Il che ha promosso sentimenti di chiusura, ovviamente in contrapposizione agli ideali d’apertura del socialismo. La globalizzazione ha creato più disuguaglianze, ma molti hanno trovato una risposta nei nazionalismi”.

Eppure alle socialdemocrazie gli “interlocutori”, le classi sociali in difficoltà, certo non mancano. Cosa succede ai partiti socialisti?

“C’è anche da considerare una crisi della democrazia. Nel senso che cresce, e non a torto, la tendenza a credere che siano le élite a comandare. Se valori socialdemocratici come partecipazione, apertura e dibattito vengono a mancare, ecco un altro argomento che spiega la crisi della sinistra. Il nostro compito è di riappropriarci di questa democrazia”.

“Tornare tra le gente, essere meno partito dentro le istituzioni e più movimento”

Il discorso, in generale, calza a pennello anche per la Svizzera, dove PS e sinistra stentano a fare presa anche con alcuni loro cavalli di battaglia, non crede?

“Le difficoltà ci sono, è innegabile. Da un lato c’è una debolezza nel far capire alcuni problemi. Ma la colpa va cercata al nostro interno. Non dobbiamo limitarci a lavorare dentro le istituzioni, ma riscoprire un’altra caratteristica fondamentale del socialismo, ossia la sua presenza fuori dalle istituzioni. Tornare ad essere movimento è essenziale. Dobbiamo, ad esempio, tornare sulle piazze e nelle associazioni”.

Su un tema come il lavoro non vi sentite superati a destra nella difesa dei lavoratori?

“Il lavoro resta un nostro tema, perché i lavoratori non vanno messi gli uni contro gli altri con iniziative di esclusione come ‘Prima i nostri’ in Ticino. Ma vanno tutelati con l’obiettivo di migliorare la situazione generale. Bisogna prima di tutto garantire condizioni migliori, soprattutto di fronte alle scelte e alla spregiudicatezza di alcuni ambienti economici e di alcuni imprenditori, altrimenti il dumping salariale continuerà ad essere un problema”.

Come fare, allora, per comunicare meglio con la base?

“Dobbiamo riscoprire i nostri temi di fondo e dare una visione vera. Soprattutto fuori dagli ambienti istituzionali, ripeto”.

Il Ps deve tornare a dire cose di… sinistra?

“Beh, sì. Anche in un Paese dove la vita della sinistra è difficile come negli Stati Uniti, una figura quale Bernie Sanders ha dimostrato che i discorsi sulla ridistribuzione della ricchezza e la giustizia sociale possono avere successo. Possono tornare ad essere vincenti”.

Ma in Svizzera ultimamente la sinistra non ha raccolto granché con le sue iniziative, non trova?

“Non la vedrei in questo modo. Anche perché storicamente le iniziative popolari coronate da successo alle urne non sono state numerose, malgrado la sinistra ne abbia quantitativamente proposto più di altri partiti. Ma va detto che alcune iniziative servono anche per lanciare o rilanciare un dibattito. È il caso di Avs+, che ha fatto capire a molti l’importanza di questa assicurazione sociale, soprattutto tra chi dava per scontata la sua esistenza. I tempi della democrazia in Svizzera sono tradizionalmente un po’ lunghi…”.

In che senso?

“Già per l’introduzione della stessa Avs la strada è stata tortuosa, come pure per il voto alle donne o il congedo maternità. Per la cassa malati unica sono stati per ora fatti tre tentativi e le percentuali di favorevoli aumentano. La consapevolezza si costruisce spesso poco a poco. Con i referendum, invece, le cose vanno un po’ meglio”.