Un nonsenso il Locarnese a tre

di Bruno Cereghetti

Pollice verso, irrimediabilmente, nei confronti della proposta sul futuro istituzionale del Locarnese. Va riconosciuto in ogni caso il merito al Dipartimento delle istituzioni di aver rilanciato tempestivamente il tema, cardine per il Cantone, dell’aggregazione del Locarnese dopo il – peraltro discutile – verdetto del Tribunale federale sulla non ricevibilità dell’iniziativa popolare per il Comune unico.

Ma la soluzione di un Locarnese spaccato non è sostenibile. Intanto perchè il complesso che ne risulterebbe è intrinsecamente debole nei confronti di Lugano, Mendrisio e Bellinzona. Poi perchè nella migliore delle ipotesi i due prospettati Comuni sulle opposte sponde della Maggia (Locarno e Ascona per intederci) perderebbero tempo ed energie per fare la gara, perenne, di chi ricopre il ruolo di leader nel, e del, futuro Locarnese. Ma c’è anche uno scenario ben peggiore. Ossia che vadano in porto solo due delle tre mini-aggregazioni: quella denominata Lago (Ascona, Ronco sopra Ascona, Brissago), spinta dall’indole autarchica di Ascona che vuole a oltranza la sua fusione; e quella denominata Piano (Gordola, Lavertezzo piano, Cugnasco-Gerra), che acquisirebbe i terreni pregiati che Locarno detiene sul piano, dando luogo a un’aggregazione piccola e tranquilla. Mentre rischia fortemente di naufragare l’opzione denominata Città, dove si concentrerebbe tutta la locarnofobia della regione, che è un dato di fatto ed è l’autentica palla al piede del progresso del Locarnese. Non per niente tutti i primi commenti dei Comuni della cintura sono stati traslati sulla «volontà popolare», che per antonomasia è contro, anche perchè abilmente istigata e rinfocolata dagli stessi leader locali.

E qui dispiace dover constatare le ricadute pesantissime dell’improvvida decisione del Gran Consiglio di ritenere irricevibile, per partito preso fin dall’inizio (le motivazioni giuridiche sono state costruite a posteriori), l’iniziativa popolare per la vera soluzione del Locarnese: il Comune unico. È vero, come constatato dalla peraltro risicatissima maggioranza del TF (tre giudici contro due), che l’iniziativa difettava del voto preliminare delle comunità locali in forza della Carta europea dell’autonomia locale. Ma un oculato controprogetto del Gran Consiglio poteva sanare sia questa lacuna, sia l’altra dei tempi (troppo) ristretti per la conclusione (che secondo l’iniziativa doveva avvenire entro la fine del 2017). Ma era evidente che per il Parlamento la proposta andava giubilata fin dalla culla, e le corpose argomentazioni contrarie non hanno fatto che protrarre i tempi della bocciatura. Del resto l’esito delle votazioni delle comunità locali, come indicato nel rapporto di minoranza, era scontatissimo: Locarno favorevole, tutti gli altri Comuni contrari, con la sola incognita se Mergoscia avesse confermato il voto progressista sull’aggregazione espresso in prima istanza (e verosimilmente sarebbe stato così, considerato che nel 2005 il voto a favore è stato del 95.35%).

Ora il ruolo determinate per il seguito è quello del Municipio di Locarno, che deve essere il leader della fusione, rilanciando con forza e determinazione la prospettiva del Comune unico. E ci mancherebbe che il ruolo di leader non fosse detenuto dal Comune polo! Altrimenti la strada per gli antifusionisti sarebbe tutta in discesa, in quanto nel loro gremio di politici navigati che hanno la stoffa di leader ce n’è più d’uno. Si tratta di Comuni che si ignorano per la più parte dell’anno, ma c’è da scommettere che se devono designare il leader antifusione con Locarno in cinque minuti hanno bell’e risolto la pendenza. E allora si confermerebbe l’immobilismo locale. Con un Cantone che prosegue sulla spinta dei tre poli istituzionali di Lugano, Mendrisio e Bellinzona, facile immaginare le sorti del Locarnese frammentato, debole e al palo solo perchè politicamente e istituzionalmente non sa unire le proprie forze e le proprie potenzialità di fronte all’avvenire e al progresso.