AVSplus: la sconfitta e la lezione

di Martino Rossi

Ho votato a favore di AVSplus, che proponeva un aumento delle rendite del 10%. Avrei però preferito un’altra riforma. L’aumento lineare delle rendite non è la buona scelta, non è la priorità. Vediamo perché.

La rendita AVS completa (per gli uomini che hanno contribuito per 44 anni e le donne per 43) parte da 1.175 fr/mese (rendita minima) e arriva a 2.350 fr/mese (rendita massima). Per i coniugi, il cumulo delle due rendite non può superare 3.525 fr/mese (150% della rendita massima). Chi ha contribuito per un numero di anni inferiore a quello che dà diritto alla rendita completa beneficerà solo di una rendita parziale, sovente inferiore alla rendita completa minima. L’importo della rendita dipende dall’entità dei redditi su cui sono stati pagati i contributi. Ne consegue che tanto più si è guadagnato nella vita attiva, tanto più la rendita AVS è elevata (fino al suo massimo), e viceversa. L’aumento lineare delle rendite del 10% non è dunque ottimale, pensando ai bisogni dei meno favoriti: di chi, in virtù di bassi redditi e di precariato, gode solo di una rendita inferiore a quella massima.

Infatti, i beneficiari della rendita minima beneficerebbero di un supplemento di 117 fr/mese, i più fortunati (titolari di una rendita massima) di un supplemento di 235 franchi, il doppio. Insomma, pioverebbe sul bagnato.

Il punto debole dell’AVS – vacca sacra da difendere, certo, ma da migliorare – è che in troppi non arrivano alla rendita massima. Meno di un terzo degli uomini e delle donne pensionati (senza un congiunto pensionato anche lui) raggiunge la rendita massima; la ottiene il 55% di chi vive in una coppia di pensionati. I pensionati soli (uomini e donne) che non ottengono neppure la rendita minima sono 32.000 (titolari di rendite parziali).

L’AVS è amata dal popolo svizzero perché è l’espressione di una forte solidarietà fra giovani e anziani e fra ricchi e poveri. Tutti pagano proporzionalmente al loro reddito e tutti ricevono, ma non proporzionalmente, se non in una certa misura: i contributi non sono plafonati verso l’alto, mentre le rendite lo sono, sia verso il basso (rendita minima), sia verso l’alto (rendita massima). L’idea guida di ogni riforma dell’AVS dovrebbe far leva su questa sua caratteristica fondamentale di solidarietà, che fa parte del suo DNA.

Sul fronte del finanziamento, anche gli anziani (non tutti, ma quelli con un reddito disponibile superiore a un certo limite) potrebbero essere chiamati a versare ancora contributi all’AVS. In parte ricordiamolo, tutti gli anziani partecipano già al finanziamento dell’AVS: poiché questo è assicurato anche dall’imposta sui consumi e da altre fonti fiscali. Le entrate provenienti dal bilancio della Confederazione e dall’IVA dedicata all’AVS rappresentano un quarto delle sue entrate totali.

Sul fronte delle rendite, la priorità è aumentare quelle minime avvicinandole alle massime: progressivamente, la rendita AVS dovrebbe mirare a una rendita unica, conforme al principio costituzionale che essa dovrebbe «coprire adeguatamente il fabbisogno vitale». Siamo ancora lontani da questo «ideale», ma neppure AVSplus ci avrebbe avvicinato molto. L’AVS è però un cantiere sempre aperto. L’importante, quando si avanza, è muoversi nella direzione giusta, avvicinarsi all’obiettivo, scegliere bene le priorità: questa è la lezione della sconfitta di AVSplus.