Il ruolo dello Stato nell’innovazione

di Bruno Storni, deputato in Gran Consiglio

Il dibattito in corso su queste pagine sul ruolo dello Stato in economia ha toccato finora marginalmente la questione dell’innovazione; Ferruccio de Bortoli, nell’editoriale del 30 agosto, si è limitato a segnalare l’economista Mariana Mazzucaro, che difende il ruolo dello Stato imprenditore e innovatore.

Eppure l’innovazione ha rappresentato un aspetto fondamentale per la crescita economica, di conseguenza il discorso su chi se ne deve occupare, se il privato o il pubblico, va affrontato. Chiaramente il tema è vasto, cercherò di esporre alcuni settori tecnologici senza voler entrare in teorie economiche.

Rimango quindi nel campo industriale della produzione di artefatti tecnologici, mezzi di trasporto, beni di consumo legati alle tecnologie informatiche e di comunicazione. Settori caratterizzati da una competizione ormai globale, regolati da accordi di libero scambio, nei quali i Paesi europei si confrontano, oltre che con gli Stati Uniti e il Giappone, anche con i nuovi concorrenti Cina e Corea, che spingono sull’acceleratore dell’innovazione.

La comunicazione mobile

Esemplare la corsa alla comunicazione mobile (non chiamiamola più telefonia perché è riduttuivo) di quinta generazione, il 5G. Ebbene qui il ruolo dello Stato innovatore lo si riscontra chiaramente nei miliardi investiti in Corea del Sud e in Cina, Stati particolarmente impegnati per garantire a Samsung, rispettivamente Huawey, ricerca e sviluppo delle tecnologie per la prossima generazione di cellulari. Anche l’Europa investe 3.5 miliardi in partenariato pubblico-privato. Idem per Stati Uniti e Giappone, ma in forme diverse.

La prima versione del cellulare digitale, il 2G o GSM, fu sviluppata in Europa e diffusa inizialmente nei Paesi scandinavi, sia per competenze che per esigenze territoriali e tecniche, contingenze che avevano contribuito allo sviluppo di aziende come Nokya ed Ericson. Quindi lavoro in Europa grazie a spinte statali o parastatali (le antiche PTT). Pure il 3G nacque da un programma di ricerca dell’UE (RACE).

Il 5G è solo la punta dell’iceberg dell’investimento in corso da parte dello Stato per sviluppare l’innovazione e l’economia nazionale.

Aiuti o protezionismo

Nel settore dell’innovazione aerospaziale il ruolo dello Stato è fondamentale. Da una parte il militare ha da sempre spinto l’innovazione tecnologica a suon di miliardi, negli USA ma anche in Russia e ora in Cina. I Paesi europei, troppo piccoli per competere singolarmente, collaborando hanno costituito Airbus che ora compete ad armi pari con Boeing. Idem per l’industria aerospaziale con l’ESA, fondata da Stati europei per sviluppare tecnologie e servizi altrimenti in mani USA (NASA), pure finanziati dallo Stato.

Per quanto riguarda la nuova megasfida economica nel campo energetico: le batterie per automobili elettriche che vede gli Stati Uniti in corsa con Giappone, Corea del Sud e Cina, avanza a colpi di ingenti finanziamenti statali sia nella ricerca sia per insediamenti produttivi: lo Stato del Nevada ha pagato 1,3 miliardi di dollari offerti per ospitare la Gigafactory Tesla.

Quindi le forme attive per promuovere l’innovazione sono molteplici, ma ci sono anche altri metodi. Per esempio si possono erigere barriere protezionistiche per creare economia interna. La Cina ha realizzato la propria industria di turbine eoliche imponendo che le turbine installate in Cina fossero al 70% prodotte in loco, obbligando quindi i produttori dell’UE e degli USA a esportare non prodotti finiti ma tecnologia e produzione. Ora la Cina dispone di una propria potente industria nel settore eolico in competizione sui mercati mondiali con le conosciute grandi produttrici GE (USA) e Vestas (Danimarca).

La Silicon Valley

La Silicon Valley, che da decenni genera a cicli sempre più brevi innovazioni dirompenti (dal PC allo smartphone), non è altro che il risultato di notevoli e continuati finanziamenti pubblici nella ricerca microelettronica. Ricerca spinta inizialmente, nei tempi della guerra fredda, da programmi di ricerca spaziali (NASA) e militari (DARPA) mirati inizialmente a miniaturizzare l’elettronica per guidare missili balistici nucleari fortunatamente mai usati, ma che nel frattempo ha raggiunto il livello per guidare autonomamente droni usati in guerre non dichiarate. La prima azienda che si era occupata di transistor al silicio è stata fondata, alla fine degli anni Cinquanta, dal suo inventore Schottky a Mountain View (allora un comune agricolo) su tecnologie e mercato di Stato (militare). Oggi quell’area, chiamata appunto Silicon Valley, sviluppata grazie a centinaia di miliardi dallo Stato innovatore, è il centro mondiale dell’innovazione. E sempre sull’onda di progetti di ricerca di Stato (DARPA) a Mountain View la Google ha sviluppato l’automobile a guida autonoma.

Chiaramente ci vogliono anche privati a finanziare geniali innovatori privati come Steve Jobs, inventore/ideatore (dal Mac e dall’Ipod all’Iphone), ma tutti questi prodotti sfruttano tecnologie sviluppate da ricerche finanziate dallo Stato.

Non sempre c’è il successo

L’intervento dello Stato non è sempre garanzia di successo: gli Stati Uniti ne sanno qualcosa nel fotovoltaico. Far fruttare l’investimento nell’innovazione in capacità manifatturiera e posti di lavoro nel paese fa parte della sfida economica da vincere. Condizioni quadro interne possono facilitare l’industrializzazione dell’innovazione (per esempio il fotovoltaico in Germania) e promuoverla indirettamente.

Come nel materiale ferroviario, dove l’industria svizzera, malgrado la forte ristrutturazione del settore negli anni Novanta, approfitta della politica dei trasporti nazionale che mantiene un mercato interno tale da promuovere l’industria elvetica sul mercato europeo e mondiale (cfr. il recente contratto Stadler da 500 milioni negli USA). Un valore aggiunto per l’innovazione tecnologica e l’economia nazionale della politica dei trasporti. In Giappone negli anni Sessanta l’esigenza di barriere automatiche per il controllo dei biglietti dovuta al forte afflusso di viaggiatori alle stazioni ha fatto nascere ditte come Omron, che aveva sviluppato lettori per biglietti con la striscia magnetica.

Dagli esempi fatti, sebbene limitati, mi sembra chiaro che il ruolo dello Stato nell’innovazione, seppur in forme diverse, sia fondamentale, soprattutto nella fase iniziale dei cicli tecnologici. Lo Stato dovrà comunque occuparsi anche dei perdenti, di coloro che a causa dell’innovazione perdono il lavoro, sia che l’innovazione venga promossa dallo Stato medesimo, sia che venga importata.