Un’economia più verde è d’obbligo

di Eva Feistmann

La legge federale per la protezione dell’ambiente, concepita alla fine degli anni Settanta per volontà e sotto l’egida del Consigliere federale Hans Hürlimann, dovette subire un iter particolarmente travagliato prima di entrare in vigore il 1. gennaio1985. A oltre tre decenni di distanza, alcuni suoi capisaldi fondamentali sono tuttora contestati e considerati facoltativi.

Mi riferisco segnatamente al principio di causalità (art.2 LFPA), che a tutt’oggi non trova un’applicazione coerente. Cito ad esempio il molto discusso settore dei rifiuti urbani, dove con una «produzione» annua pro capite intorno a 700 kg ci piazziamo fra i campioni mondiali al negativo.

Eppure, si tratta di un articolo essenziale che doveva essere tradotto in una «riforma eco fiscale», intesa a provvedere che «le spese delle misure prese secondo la presente legge (la LFPT) siano sostenute di chi ne è la causa». Avremmo quindi in mano uno strumento infallibile per indirizzare la produzione, gli acquisti e i comportamenti individuali in direzione di uno sviluppo sostenibile. Se ne era occupata per un certo periodo la già direttrice del Dipartimento delle finanze Evelyn Widmer Schlumpf, dopo la cui uscita di scena nulla è più trapelato sull’andamento dei relativi studi.

E, – ironia della politica–, ora tocca proprio a un’altra ministra democristiana, Doris Leuthard, sconfessare il suo illustre predecessore, raccomandando il rigetto dell’iniziativa «Per un economia sostenibile», senza nemmeno affiancarle un controprogetto, (quest’ultimo, sebbene edulcorato rispetto all’originale, respinto dalla Camere federali). Il tutto con la motivazione che i 34 anni che ci separano dall’orizzonte 2050, siano insufficienti a raggiungere gli ambiziosi obiettivi prefigurati. Dando cosi prova di scarsa fiducia nel potenziale innovativo del nostro Paese, che invece ci viene riconosciuto a livello internazionale. E pur sapendo che noi svizzeri consumiamo tre volte quanto ci spetterebbe se le risorse della terra,– energetiche, minerarie, alimentari ecc. – fossero equamente distribuite fra i popoli. Risorse non rinnovabili che, di conseguenza, la nostra ingordigia consumistica sottrae ai contemporanei più poveri e alle generazioni future.

In occasione della ratifica degli accordi di Parigi sul clima, (ratificati di recente anche dai massimi inquinatori, Cina e Stati Uniti), si è sottolineato che il nostro Paese, a causa della sua configurazione geologica, è particolarmente vulnerabile agli effetti del riscaldamento globale. L’accelerato scioglimento dei ghiacciai che minaccia di compromettere la sicurezza dell’approvvigionamento idrico dell’uomo e della produzione elettrica, non è che uno dei fenomeni allarmanti già in corso.

Abbiamo trentaquattro anni davanti a noi, il tempo di una generazione, per rendere sostenibile il nostro stile di vita e modello di sviluppo. Di fronte alla gravità delle emergenze, la politica dei piccoli passi basata sul volontariato, caro ad Economiesuisse e ribadita ancora in questi giorni dal consigliere federale Schneider–Ammann, non basta più. Ci vogliono obiettivi concreti e scadenze vincolanti. Per contrastare l’impoverimento della biosfera, che è poi lo spazio vitale dell’umanità. I nascituri del 2050 ci ringrazieranno.