Un domani all’Avs

Intervista pubblicata da “la Regione”
a Marina Carobbio Guscetti, consigliera nazionale

Se non si fa nulla, nelle casse Avs si scaverà un ‘buco’ miliardario nei prossimi anni. L’iniziativa AVSplus lo renderebbe ancora più profondo. Non gettate benzina sul fuoco?

Il futuro del sistema previdenziale va affrontato con la ‘Riforma 2020’, ora all’esame del Consiglio nazionale. L’Avs ha un meccanismo di finanziamento geniale, basato sui contributi prelevati sul reddito da lavoro: se cresce la massa salariale (e i salari sono cresciuti negli ultimi decenni, ma non il potere d’acquisto), cresce di conseguenza anche l’afflusso di denaro nella cassa Avs. Se nei prossimi anni, come si prevede, verranno integrate più persone (le donne in particolare) nel mercato del lavoro e se i salari continueranno a crescere, o si manterranno allo stesso livello, non ci saranno problemi a finanziare un aumento delle rendite Avs del 10% per tutti i pensionati.

Un punto percentuale in più di Iva per far fronte alle maggiori uscite previste entro il 2030 a seguito dell’evoluzione demografica e del pensionamento dei ‘baby-boomers’; più uno 0,8% di prelievi in più sui salari per finanziare l’aumento delle rendite del 10%. È questa la vostra soluzione?

Sì. Un aumento dell’Iva, tra l’altro, è previsto anche nella Riforma 2020, che ora in parlamento traballa per volontà di Udc e Plr. Ed è possibile farlo, anche se poi si può discutere sull’entità. In secondo luogo, non dimentichiamo che i prelievi sui salari sono immutati dal 1975 [8,4%, ovvero 4,2% ciascuno per il lavoratore e il datore di lavoro, ndr]: un aumento come quello che proponiamo è sicuramente sopportabile.

I detrattori di AVSplus sostengono che la vostra iniziativa manca l’obiettivo che si prefigge: aiutare i pensionati più in difficoltà sul piano finanziario.

Non è vero. Una parte dei pensionati fa fatica, in molti casi perché le rendite del secondo pilastro sono insufficienti e – assieme all’Avs – coprono sempre meno i costi in crescita per i premi di cassa malati, le cure mediche, l’affitto ecc. Addirittura, il 38% delle donne e il 19% degli uomini non percepiscono alcuna rendita del secondo pilastro e vivono della sola Avs. Per di più, queste rendite continuano a diminuire e sono meno sicure, in quanto soggette all’andamento dei mercati finanziari. Una realtà che tocca anche le generazioni più giovani, per le quali è vieppiù difficile – a causa di lavori precari, a tempo parziale, a tempo determinato ecc. – ‘costruirsi’ un secondo pilastro solido. Per poter garantire il principio costituzionale di una vecchiaia dignitosa, non resta quindi che rafforzare l’Avs.

Per buona parte dei beneficiari di prestazioni complementari (Pc) non cambierà granché, dato che le pc saranno decurtate di un importo equivalente all’aumento della rendita Avs. Anzi, un 7% di questi pensionati alla fine avrà meno soldi in tasca.

Si tratta appunto di una esigua minoranza. Noi crediamo sia giusto che una persona che paga i contributi durante l’intera vita lavorativa una volta in pensione possa vivere della sua rendita senza dover ricorrere alle Pc (che vanno comunque garantite), o addirittura all’aiuto sociale. Casomai bisognerà inserire un meccanismo di adattamento nella legge sulle pc, che presto arriverà in parlamento e su cui pesa la minaccia di tagli da parte della destra.

Pure i pensionati benestanti vedrebbero la loro rendita Avs aumentata. Ha senso?

Sì. Bisogna capire come funziona l’Avs, basata su un sistema ridistributivo: ognuno paga, in termini percentuali, gli stessi contributi sul salario; ma poi la rendita Avs è plafonata: chi ha salari molto elevati alla fine non riceve una rendita molto superiore a quella di un lavoratore con salari medio-bassi. Detto altrimenti, la ridistribuzione è già assicurata dall’Avs stessa: chi guadagna molto bene, con i suoi contributi alimenta in proporzione maggiore la cassa Avs, non sarebbe giusto penalizzare queste persone privandole dell’aumento della rendita.