Sindacato e responsabilità ambientale

di Françoise Gehring

“Non ci sono impieghi su un Pianeta morto. L’azione climatica è una questione che riguarda anche i sindacati”. Sono le parole chiare e nette di Sharan Burrow, segretaria generale della Confederazione sindacale internazionale, pronunciate in margine alla conferenza sul clima l’anno scorso a Parigi. Parole che segnano definitivamente una discontinuità sull’antica relazione tra sindacato e ambiente.

Se in passato gli interessi del sindacato e dell’ambiente erano addirittura contrapposti – tanto, per esempio, da sostenere la costruzione di centrali nucleari perché creavano posti di lavoro – oggi la situazione è radicalmente cambiata: il sindacato è chiamato ad assumersi, anche in chiave occupazionale, una chiara responsabilità nei confronti del territorio e dell’ambiente. I capannoni del Mendrisiotto insediati in ampie porzioni di territorio per offrire lavoro a basso o scarsissimo valore aggiunto, non sono più tollerabili perché specchio di un doppio sfruttamento: la manodopera a basso costo e il suolo. A ciò si aggiunge anche tutta l’annosa problematica riguardo il traffico e l’inquinamento dell’aria.

Già negli anni Novanta l’ex segretario generale della UIL Giorgio Benvenuto aveva affermato che «riconsiderare oggi il problema della protezione delle risorse ambientali nella loro globalità e complessità è un dovere che anche il sindacato, alla pari di molti altri soggetti, è tenuto ad assolvere. Non fosse altro perché rivendicare oggi la protezione dell’ambiente da parte del mondo del lavoro significa innanzitutto riconquistare la cultura dei diritti naturali e la cultura del lavoro, da utilizzare come strumenti necessari, sia per riguadagnare posizioni socialmente “perdute”, sia per scegliere consapevolmente nuovi rapporti attuali tra società ed ambiente, tra economia ed ambiente». Parole che l’Unione sindacale svizzera sezione Ticino e Moesa sostiene e condivide.

La posta in gioco è sicuramente alta e l’iniziativa «Per un’economia sostenibile ed efficiente in materia di gestione delle risorse (economia verde)» indica la via da seguire: portare entro il 2050 l’impronta ecologica della Svizzera a un livello tale che, rapportata alla popolazione mondiale, non superi l’equivalente di un pianeta Terra. La proposta ecologista, in votazione il prossimo 25 settembre, comporta vantaggi non solo per l’ambiente, ma anche per i consumatori, le consumatrici e l’economia. Perché i principi dell’iniziativa non sono in contrasto con gli interessi dell’economia, anzi: se l’economia svizzera punta in modo coerente su soluzioni Cleantech, potrà avere un vantaggio concorrenziale sui mercati internazionali. L’iniziativa, come ha più volte ribadito il comitato a sostegno, «rispetta inoltre i principi di sussidiarietà, proporzionalità e libertà di commercio e di industria».

La gestione ambientale da parte del sindacato è ormai una necessità perché si tratta di difendere la qualità della vita dei lavoratori e delle lavoratrici, che sono prima di tutto cittadini e cittadine, abitanti del Pianeta. L’economia verde sarà anche in grado di offrire posti di lavoro qualificati e comunque in parti legati all’innovazione, alla ricerca e alla produzione sostenibile. Tenuto conto che l’attuale modello di sviluppo economico ha creato, crea e continuerà a creare profonde disuguaglianze, il sindacato non può non sostenere un cambiamento di rotta.

Le cifre sono del resto allarmanti: con l’attuale modello di sviluppo economico nei Paesi industrializzati e con il crescente consumo di risorse nei Paesi in via di sviluppo e nei Paesi emergenti, lo sfruttamento dei beni naturali è addirittura destinato a triplicare entro il 2050. Anche la Svizzera, pur mancando di materie prime, figura tra i Paesi con un’impronta ecologica molto pesante: il nostro Paese è tra quelli che partecipano maggiormente allo spreco delle disponibilità planetarie. Se tutta la popolazione mondiale impiegasse la stessa quantità di risorse consumata dagli abitanti della Svizzera, ci vorrebbero 2,8 pianeti Terra per assicurare l’approvvigionamento.

Per questo anche a livello internazionale i sindacati chiedono una transizione verde della produzione industriale con la creazione di posti di lavoro decenti e attraverso una formazione che garantisca nuovi sbocchi e nuove qualifiche professionali.