Discorso ufficiale del 1. agosto 2016 su invito del Municipio di Stabio

di Françoise Gehring

La pace guardò in basso
e vide la guerra,
“Là voglio andare” disse la pace.
L’amore guardò in basso
e vide l’odio,
“Là voglio andare” disse l’amore.
La luce guardò in basso
e vide il buio,
“Là voglio andare” disse la luce.
Così apparve la luce
e risplendette.
Così apparve la pace
e offrì riposo.
Così apparve l’amore
e portò vita.

Quella che ho appena letto è la Poesia di Natale del poeta inglese, Laurence Housman.

Per il Natale della Patria, che festeggiamo oggi insieme, non ho trovato poesia migliore e più azzeccata ai tempi che corrono.

Noi che siamo nati nella parte del pianeta dove splende il sole, non possiamo chiudere gli occhi su chi vive nelle desolate periferie del benessere. Perché la patria non si declina solo con l’idea – pur importante e robusta – delle radici che ci sono care.

C’è la patria del cuore, la patria di elezione – quella che si sceglie. E c’è la patria dell’accoglienza.

Mi piace ricordare l’idea di patria degli Illuministi, secondo cui “patria non significa luogo in cui si nasce, bensì uno Stato libero, di cui siamo membri e le cui leggi proteggono le nostre libertà e la nostra felicità”.

Questa tradizione illuminista interpreta l’amor di patria come amore della libertà e del bene comune che si esprime attraverso la cura e il servizio. Non l’indifferenza. Non il rancore. Non la sopraffazione.

Al contrario del nazionalismo – che invoca come valore predominante, non la libertà, ma l’omogeneità culturale – la patria garantisce il pieno rispetto dei diritti che permettono a tutti gli esseri umani di vivere con dignità.

L’antifascista Carlo Rosselli in esilio, scrisse molto bene: “La nostra patria non si misura a frontiere e cannoni, ma coincide con il nostro mondo morale e con la patria di tutti gli uomini liberi”. E di tutte le donne libere, aggiungo io.

Per garantire i diritti umani, che fanno parte del DNA della nostra storia, abbiamo anche il dovere di difendere i valori che hanno fatto della Svizzera una terra di accoglienza.

Il dovere deve nascere

  • da un sentimento di gratitudine verso le persone che con il loro impegno e con le loro azioni ci hanno permesso di vivere liberi
  • dall’affetto e dall’amore per i luoghi in cui viviamo,
  • dal rispetto che consolida le relazioni umane
  • dalle narrazioni, dai simboli, dalle diverse espressioni culturali che sono parte della nostra storia passata e presente.

E che continueranno ad esserlo in futuro, arricchendo il nostro Paese.

Abbiamo anche il dovere e la responsabilità di preservare la luce che ha sempre contraddistinto la Svizzera nel diritto umanitario internazionale.

In quanto Stato depositario delle Convenzioni di Ginevra, la Svizzera ha infatti l’autorità morale per intervenire sulle violazioni del diritto internazionale. Come sede del Comitato internazionale della Croce Rossa, dobbiamo essere fieri di questo ruolo della Svizzera.

Permettetemi allora di ricordare Cornelio Sommaruga, presidente carismatico del Comitato internazionale della Croce Rossa, credente, liberale e autentico cittadino del mondo.

Proprio in questi giorni la Neue Zürcher Zeitung ha dato alle stampe una raccolta di suoi scritti dal titolo: Per una «globalizzazione della responsabilità». Vi propongo un passaggio molto forte e deciso del cosiddetto “Appello spirituale di Ginevra”:

«Poiché nelle nostre religioni o per convinzione personale, insieme rispettiamo la dignità delle persone umane;
perché insieme rifiutiamo l’odio e la violenza;

perché speriamo in un mondo migliore e giusto

noi rappresentanti delle religioni e della società civile ci appelliamo ai leader mondiali affinché:

  1. Rifiutino di chiamare in causa qualsiasi potere religioso o spirituale per giustificare qualunque tipo di violenza, per giustificare ogni tipo di discriminazione o di esclusione
  2. Rifiutino di sfruttare o di dominare altri con il potere, la forza intellettuale, una convinzione religiosa, la ricchezza o la posizione sociale».

Che cosa intendeva Sommaruga con “globalizzare le responsabilità”?». Lo spiegò esattamente dieci anni fa.

In un discorso pronunciato a Lucerna si era detto scioccato perché «un quinto dell’umanità deve sopravvivere con meno di un dollaro al giorno in Paesi in cui i bambini muoiono perché mancano cose elementari, come una zanzariera contro gli insetti portatori di epidemie. Povertà, epidemie, traffico di droghe, corruzione, conflitti armati, traffico di esseri umani. Ma anche massimizzazione unilaterale dei profitti. Tutto ciò getta milioni di esseri umani nell’incertezza e nella disperazione. E da qui il passo verso la violenza, magari anche il terrorismo, non è lontano».

Parole purtroppo profetiche, le sue, che hanno anticipato una realtà che oggi ci fa inorridire e che ci colpisce nei nostri valori più cari e profondi. Valori che siamo chiamati a difendere con fermezza. Rafforzando anche e soprattutto la laicità come antidoto ad ogni fanatismo ed estremismo.

Sommaruga, che ha girato il mondo proponendo – da instancabile pellegrino – la soluzione pacifica dei problemi, richiama alle proprie responsabilità la società civile. Ovvero noi. Noi tutti e noi tutte.

Quanti di noi hanno viaggiato e vissuto all’estero? Quanti di noi hanno conosciuto realtà nuove, aprendosi al mondo e alla diversità senza pregiudizi e con spirito critico, per poi tornare nella propria Itaca, più forti e più ricchi di prima?

Le paure sono legittime. Ci rendono fragili, ci disorientano. Comprenderle e dare loro una risposta, è un altro importante dovere.

Ma la chiusura non porta mai nulla di buono. E ricordiamoci che si può essere stranieri anche nella propria patria.

Sono soltanto i valori di umanità, libertà, solidarietà, uguaglianza, giustizia e naturalmente sicurezza a rendere davvero grande una patria, pur piccola che sia.