Ma l’Europa è davvero fanatica?

di Sergio Roic

In un’imprudente opinione apparsa negli scorsi giorni sul «Corriere del Ticino», la giovane deputata leghista Amanda Rückert, dopo aver ribadito per l’ennesima volta il ritornello del suo movimento sul fallimento di questi e quelli (in quest’occasione, a fallire sarebbe l’Europa), si lancia addirittura in invettive che fanno persino sorridere, come quella che definisce «fanatici» i dirigenti europei.

Tutto si può dire di coloro che dirigono (ma sarebbe meglio dire: co-dirigono) l’UE, ma non che siano dei fanatici. L’Unione europea, come è noto, è infatti un organismo di una certa complessità che al suo interno sconta le idee e gli orientamenti politici dei rappresentanti di ben 500 milioni di persone e di una ventina abbondante di Nazioni: che la sintesi del pensiero politico continentale sfoci nel fanatismo è davvero del tutto improbabile, se non completamente impossibile.

Ed è qui che sta il punto, per nulla colto dalla deputata leghista: l’Unione europea, per la sua stessa struttura e natura, rifugge il fanatismo e cerca la mediazione fra i popoli e i loro interessi onde evitare i sanguinosissimi conflitti (in primo luogo europei) del passato. È ovvio che in questo modo la macchina europea risulti essere anche un po’ farraginosa ed è perciò che il dibattito europeo, da decenni ormai, si focalizza su un’auspicata (da alcuni) maggiore centralizzazione e politicizzazione degli organi messi in comune.

D’altro canto, l’Europa, che non è affatto fallita come progetto etico-politico, sconta la difficoltà dei tempi e delle strategie di questo tardo e stanco capitalismo «a conduzione finanziaria» (ormai si è arrivati all’assurdo di «investire» tanto nelle semplici transazioni finanziarie e poco nell’economia reale) che detta le regole economiche anche nel primo scorcio del ventunesimo secolo. Il fatto incontestabile è che proprio l’Europa unita, pur immersa essa stessa in un sistema generalizzato che si basa innanzitutto sulla ricerca sistematica del profitto (per pochi), riesce, forse unica organizzazione politica al mondo, a promuovere e realizzare regole etiche e di diritto su cui si basa la civilissima (è forse il portato maggiore, a livello politico, dell’umanità fino ad adesso) Carta dei diritti umani.

Insomma, anche noi svizzeri, abituati a un indubbio benessere materiale, dobbiamo essere grati a questo gigante complesso per la correttezza e la saldezza con cui tratta e rappresenta quanto di meglio l’uomo abbia saputo creare su questa terra: i diritti di ogni essere umano ad essere trattato come tale.

I problemi economici e quelli migratori, in cima alla lista degli «allarmi» odierni, non sono certo imputabili a una volontà specifica dell’Unione Europea che, anzi, si adopera per la loro risoluzione in un mondo irto di dittature vecchie e nuove e di sistemi che disdegnano l’approccio etico alla vita umana.

Nel suo difficile compito di faro dei diritti e di equilibratore di un continente certo diverso nelle sue componenti ma molto più unito di quel che si crede nella volontà di base di mantenere un volto umano, l’Unione europea dovrebbe venir aiutata e sorretta da tutte le forze democratiche.

Per quel che riguarda la sua organizzazione politica interna, una vasta riforma è necessaria e non più rimandabile, ma è appunto a partire da una massa critica di ben 500 milioni di persone che può avere luogo un ripensamento globale sulla giustizia (in tutte le sue accezioni: dal diritto legale al diritto quanto meno a un minimo vitale) e su un ulteriore avanzamento della società umana.