La solitudine dei numeri veri

di Fabrizio Sirica, vicepresidente del PS Ticino

È incredibile con quanta tenacia alcuni ambienti, supportati anche da alcuni media, si ostinino a farci credere che il mondo del lavoro in Ticino sia in buona salute. Citare solo i dati dei disoccupati forniti dalla SECO, come ha fatto Vanni Caratto sul “Corriere del Ticino” il 27 luglio, significa fornire una visione parziale della realtà. La verità è che in Ticino il lavoro diventa sempre più precario e sempre meno pagato e i lavoratori sempre più messi in concorrenza uno con l’altro. Per dimostrarlo riporterò qui di seguito una serie di dati che si trovano analizzando il Panorama statistico del mercato del lavoro ticinese (USTAT).

In un solo anno, dal primo trimestre 2015 al primo trimestre 2016, i disoccupati ILO sono aumentati di 2’400 unità e hanno raggiunto quota 13’300 e il tasso di disoccupazione è salito di ben 1 punto percentuale, passando dal 6 al 7%. Pertanto se i disoccupati iscritti agli URC calano c’è poco da cantar vittoria, perché non significa per forza che abbiano trovato un lavoro: molti di loro hanno finito il diritto alle indennità e vanno a ingrossare le file delle persone in assistenza, in costante aumento.

I 10’200 posti di lavoro creati in un anno sono in realtà 14’500 posti a tempo parziale a cui vanno sottratti 4’300 posti al 100% scomparsi. Se calcolati in equivalenti a tempo pieno, la crescita è di soli 700 addetti. Non è un caso che ci sono15’500 sottoccupati in Ticino, cioè persone che lavorano a tempo parziale ma vorrebbero aumentare il proprio tasso di occupazione. E, se è vero che i frontalieri non crescono più, è perché vengono soppiantati da una categoria di lavoratori ancora meno protetta e più precaria: quella delle cosiddette “assunzioni di impiego”, cioè lavoratori notificati ingaggiati direttamente dalle imprese svizzere per un periodo non superiore ai 90 giorni. In un anno il loro numero è aumentato di oltre il 20% (1’265 persone in più). Parte di queste “assunzioni di impiego” vanno quindi a sommarsi alle oltre 7 milioni di ore di lavoro fornito dalle agenzie interinali (11’477 persone; dati USTAT riferiti al 2015). Intanto i salari calano, anche se la formazione dei lavoratori migliora. E calano indipendentemente dalla percentuale di frontalieri presenti in quel settore. Basti pensare che la sezione economica in cui sono scesi di più è quella dei “servizi di informazione e comunicazione”, ben 1’023 franchi in meno fra il 2008 e il 2014 e i frontalieri non raggiungono neppure il 17%.

In questo contesto, con un lavoro sempre più precario e con una pressione sui salari ogni giorno maggiore, l’iniziativa “Prima i nostri” non serve a nulla perché non agisce sulla qualità dei posti di lavoro: i residenti sarebbero comunque spinti ad accettare lavori precari e malpagati. È fuorviante, perché lascia presupporre che il problema dei lavoratori residenti siano i frontalieri. Il problema è la tirannia, è l’avidità, è la totale assenza di responsabilità sociale di una parte del mondo imprenditoriale! I problemi del lavoro esistono e i dati lo dimostrano, ma vanno risolti con una severa regolamentazione del precariato (l’abolizione delle agenzie interinali in primis), con salari minimi settoriali e per qualifica, con ingenti controlli contro gli sfruttatori. Un passo nella giusta direzione è l’iniziativa “antidumping” in votazione il 25 settembre.