“Nel Ps manca una leadership”

Intervista pubblicata il 26 luglio 2016 su “la Regione”
a Saverio Lurati

Saverio Lurati, già sindacalista e presidente socialista, fra passato e presente della sinistra

Molte soddisfazioni, ma anche amarezze in un lunga militanza che ha vissuto importanti vittorie e, al contempo, dure polemiche

Sindacalista e socialista. Da sempre. Con pragmatismo e generosità, anche quando le avversità del momento potrebbero far crollare chiunque. Anche quando ‘messo in croce’ da suoi, perché i leader sono tali quando si contestano. E a sinistra, dice lui bonariamente, di queste cose se ne intendono. Sessantasei anni il prossimo novembre, Saverio Lurati è questo e molto altro. Funzionario sindacale di professione, segretario cantonale di Unia dal 2005 al 2011. Tredici anni in Gran Consiglio (ha lasciato a fine giugno) e presidente del Partito socialista dal marzo 2012 a fine maggio 2015. Con dimissioni ‘rumorose’ e amare.

Iniziamo coi ricordi. Quali sono stati i momenti migliori di una così lunga carriera sindacale…

Beh, il momento più bello è stato senz’altro quando ho partecipato alla nascita di Unia [nel 2004, dalla fusione dei sindacati nazionali Sei, Flmo e Fcta, ndr], un evento importante che ha rafforzato il movimento sindacale in un momento storico in cui s’avvertiva una forte resistenza padronale. Un altro momento forte, che mi piace ricordare, è quando abbiamo ottenuto il prepensionamento per i dipendenti dell’edilizia. Una battaglia condotta da anni e che si è conclusa positivamente, in un contesto difficile perché l’età dei lavoratori si sta alzando in tutti i settori. In quel caso si è riconosciuto che per i lavori usuranti si deve avere un approccio diverso. Questi due, dunque, senza ombra di dubbio i momenti più belli della mia attività sindacale.

E quelli politici? Se ve ne sono…

Devo dire che, malgrado tutto, quando mi è stato proposto di diventare presidente cantonale del Partito socialista ho vissuto una forte emozione. Poi le cose sono andate come sono andate, ma in quel momento mi sono senz’altro sentito gratificato e ho vissuto la proposta anche come un riconoscimento del mio percorso politico.

Ci saranno stati anche momenti difficili. Quali in particolare?

Diciamo che sono rimasto molto, molto amareggiato quando sono stato attaccato durante lo sciopero dei dipendenti delle Officine Ffs di Bellinzona. Ho subito pesanti critiche, quando in realtà non c’era da parte mia nessuna volontà o interesse di escludere chicchessia. Mi è toccato gestire una situazione difficile e l’ho fatto. L’ho vissuta male perché quella vicenda ha coinvolto anche la mia famiglia.


“Avrei dovuto mantenere le dimissioni”

Dimissioni ‘burrascose’ le sue, da presidente del Ps, poco più di un anno fa…

Diciamo che non è stato un bel momento. In quel caso è stato evidente che in alcune situazioni, la lucidità viene meno. Prova ne sia la mia decisione… indecisa [Lurati prima si è dimesso e poi ci ha ripensato sollecitato dal Comitato cantonale, per dimettersi definitivamente poco dopo, ndr].

Vuole dire che poteva andare diversamente?

A mente fredda, col senno del poi, avrei dovuto restare sulle mie posizioni e dimettermi subito.

Non è stato un bell’esempio di tenuta del partito…

La sinistra è fatta così. Detiene un livello di autocritica decisamente forte, al punto che deborda; non riesce a restare all’interno come vorrebbe la dialettica di partito. Quando poi le polemiche si fanno pubbliche, gestirle diventa molto complicato.

Quasi come se mancasse una struttura solida.

Beh, vi è sempre stata una contrapposizione fra quella che viene definita l’area socialdemocratica e l’altra dove si riconosce la sinistra radicale. La prima, tutto sommato, ha sempre portato a casa un risultato, mentre l’altra parte insiste sulla rottura con gli schemi attuali. Credo che questa diversa visione pesi sulla, come dire, instabilità del partito.

A proposito delle due ‘anime’ contrapposte sul modello politico. In passato essere partito di lotta e di governo ha pagato. Oggi non paga più. Cosa è successo?

Mah, non so cosa sia successo. So che il Partito socialista svizzero qualche errore l’ha fatto, anche in passato. Per fare un esempio: tutti oggi glorificano Peter Bodenmann [già presidente del Partito socialista svizzero, ndr], ma l’ascesa dell’Udc è avvenuta grazie a un suo errore strategico. Bisogna pur dirlo. Ha attaccato frontalmente Blocher e questo atteggiamento ha ampiamente favorito l’espansione democentrista. Se restiamo in Canton Ticino, non so rispondere. È vero che nel periodo in cui Patrizia Pesenti era in Consiglio di Stato a un certo punto vi fu una forte mobilitazione popolare a suo favore, ma questo anche perché vi era una contrapposizione con Marina Masoni [consigliera di Stato del Plr, ndr]. In realtà i cambiamenti velocissimi di questi ultimi anni hanno cambiato tutto. Basti pensare all’uso e l’abuso del social network: qui la sinistra non riesce a passare. Ma forse neanche la destra. È un terreno, quello virtuale, difficilmente gestibile dove le chiacchiere da bar acquistano valore.

Solo questo o c’è dell’altro?

Beh, c’è anche che la sinistra ticinese non ha più una leadership. Per quanto si possa parlare male delle leadership, alla fine sono necessarie.

A ben vedere la forza elettorale della sinistra e del Ps negli anni è stata stabile…

Il problema vero è che non abbiamo avuto un ricambio generazionale. Poi non va mai dimenticato che il mondo operaio, nostra base di riferimento, in Canton Ticino conta relativamente visto che il 50 per cento non ha il diritto di voto [perché di nazionalità straniera, ndr]. Durante la mia presidenza ho cercato di dire le cose nella maniera più semplice possibile, accessibile a tutti. Pensavo di essere riuscito a farmi capire: probabilmente qualcuno d’altro è stato compreso meglio di me [Lurati allude ai risultati elettorali cantonali aprile 2015, ndr].


‘Stare in governo porta più risultati’

È meglio fare il sindacalista o il militante di partito?

È più facile lavorare nel sindacato, perché si perseguono obiettivi chiari e diretti, immediati. Li raggiungi o no, ma sono quelli. Poi magari resta il tempo per riflettere su cosa s’è sbagliato, se le cose sono andate come non si voleva. Nel partito l’esame è ogni quattro anni, con le elezioni cantonali, se manchi l’obiettivo devi attendere un altro quadriennio e dunque è più logorante. Per quanto un errore del Partito socialista antecedente alla mia presidenza è stato quello di non costruire un’ipotesi di linea su medio e lungo termine.

Non si è voluto farlo o non ci si è riusciti?

Non si è riusciti forse perché non vi erano le persone capaci di farlo. Capaci di coltivare una visione e, al contempo, di reggere la pressione della contingenza quotidiana.

Una questione mai risolta, nel Ps, è stare dentro o fuori il governo. Ci pare sia tornata d’attualità. Lei cosa ne pensa?

Non è facile trovare un equilibrio fra lotta ed esercizio di governo. Ricordo il mio esordio in Comitato cantonale del Ps, quando presentai la posizione della sezione di Canobbio contraria all’entrata in Consiglio federale perché non era stata eletta la prima donna socialista. Mi massacrarono. Soprattutto Dario Robbiani, allora capogruppo socialista alle Camere. Oggi l’esperienza mi fa dire che avevano ragione loro. In una nazione come la nostra bisogna partecipare, essere dentro le istituzioni. Poi si tratta di capire che compromesso si è ottenuto, se è sufficiente o meno. Ma serve anche carisma personale. Non voglio mettermi nessuna medaglia, ma quanto si voterà in settembre a tutela dei lavoratori con uno stanziamento di 10 milioni [controprogetto antidumping salariale al vaglio del popolo, ndr] è un successo enorme costruito in parlamento grazie anche ai rapporti interpersonali. Stesso discorso per la RiLoc.

Cose importanti che non passano…

È vero. Secondo me anche perché si dà per scontato che il Ps faccia queste battaglie e dunque i cittadini non le valutano col giusto peso.

Un voto alla realizzazione dei suoi desideri, dei suoi sogni giovanili, da uno a dieci.

Direi fra l’otto e l’otto e mezzo. Ho mancato solo l’ingresso in Consiglio nazionale; ero subentrante a Fabio Pedrina. È andata così. Se allude alle idee, beh la mia utopia era la partecipazione alla gestione aziendale. Poi ho capito che sarebbe rimasta un’utopia, appunto.

Aldo Bertagni