AET e idroelettrico: le ragioni della crisi

di Bruno Storni, deputato in Gran Consiglio

Con i conti 2015 per la prima volta in perdita, AET presenta e conferma la situazione paradossale del mercato elettrico sviluppatasi negli ultimi anni dando subito la stura a nuovi attacchi contro i responsabili dei noti investimenti sbagliati di inizio millennio. Eppure allora tutte le aziende elettriche svizzere ed europee correvano a destra e a manca per acaparrarsi nuove fonti (gas, olio di palma, nucleare) contando sulla crescita di consumi, prezzi e utili. Investimenti che hanno prodotto perdite che vanno dai 300 miliardi euro delle maggiori aziende europee ai 10 miliardi in Svizzera ai 130 milioni di AET. Chiaramente perdite dolorose ma che non hanno ancora portato a fallimenti perché ammortizzate dalle ingenti riserve d’uso nel settore elettrico da sempre in regime di monopolio con mandato pubblico l’autarchica elettrica.

Lünen il danno più pesante

In Ticino è poi stato il popolo, malinformato da politici poco lungimiranti, ad avallare il più prevedibile (eravamo già nel 2011 e il carbone non rappresentava sicuramente né innovazione né sostenibilità) ma anche il più importante dei danni economici subiti da AET: Lünen, già costato oltre 50 milioni. Nel frattempo si assottiglia sempre più l’importo per le rinnovabili sulla produzione Lünen del controprogetto (5,4 milioni/anno ampliabili a 8): effettivi finora 3, 1 milioni e adesso, vedi messaggio 7.207, si scende forse anche a zero. Negli anni sotto accusa, AET ha comunque accresciuto i volumi commerciati aumentando notevolmente sia gli utili riversati al Cantone che il capitale proprio, tanto che per ora il saldo rimane positivo. Purtroppo pochi avevano previsto e puntato sugli sviluppi delle nuove tecnologie nel nuovo rinnovabile e nell’efficienza energetica.

Sviluppi ineluttabili

Sempre più invece si punta il dito accusatore al nuovo rinnovabile, ai sussidi miliardari che lo promuovono a danno dell’idroelettrico. Perfino l’attuale ministro dell’economia Vitta, poco dopo aver sostenuto Lünen, auspicava «la rinuncia ai sussidi per le centrali eoliche dei mari del nord affinché l’energia idroelettrica prodotta dall’AET torni ad essere redditizia e consenta nuovamente utili sempre più importanti», dimenticando che anche AET ha in progettazione un parco eolico sul San Gottardo sussidiato esattamente come in Germania o Danimarca, oppure come i tetti fotovoltaici che le aziende elettriche si rubano.

Fotovoltaico che sicuramente è uno dei problemi per AET perché ha occupato massicciamente il mercato dell’energia di punta, storica miniera d’oro dell’idroelettrico ad accumulo. È uno sviluppo tecnologico ineluttabile, il fotovoltaico ha la punta a mezzogiorno e in futuro l’accumulo andrà anche nelle batterie. Inoltre il nuovo rinnovabile contribuisce, seppur in misura minore per rapporto ai nuovi impianti a gas e carbone realizzati in Europa, ad aumentare l’offerta di elettricità, facendo scendere i prezzi.

Rinnovabile non regalato

Per chiarezza va detto però che l’energia rinnovabile sussidiata non è regalata ma è venduta a prezzi di mercato, il tanto vituperato sussidio copre la differenza tra il costo per rimunerare l’investimento e il prezzo medio di mercato. A spingere verso il basso il prezzo medio di mercato, da 8 cts/kWh nel 2012 a 4 nel 2015, è principalmente l’elettricità prodotta da impianti a lignite e carbone vecchi e ammortizzati che approfittano sia dei prezzi stracciati del carbone sia della bassa richiesta dei certificati CO2 in Europa, svenduti a pochi euro per tonnellata. L’UE non è ancora riuscita a coordinare la politica climatica con quella energetica, si promuove sì il rinnovabile ma anche il fossile, praticamente esonerato dal pagamento dei danni ambientali.

Il vero problema di oggi

Questi vecchi e inquinanti impianti producono e vendono a 2-3 cts/kWh, la metà del costo dell’idroelettrico svizzero o ticinese che si situa sui 4-6 cts/kWh, compresi circa 1,5 cts/kWh di canoni d’acqua che, paradossalmente, ora si vorrebbero rivedere per far fronte alla concorrenza dell’energia da carbone. Inoltre la dinamica al ribasso sul prezzo medio di mercato di questi impianti fa sì che anche il rinnovabile sussidiato viene svenduto a prezzi inferiori all’idroelettrico. Oggi il problema per AET è che sull’energia elettrica da fossile importata manca una vera tassa ecologica.

La soluzione: tassa sul CO2

Applicare la tassa sul CO2 svizzera (84 fr/ton) sull’elettricità da carbone/lignite importata equivarrebbe ad un aumento di almeno 7 cts/kWh, portando il costo ad oltre 10 cts/kWh, ben più del costo dell’idroelettrico svizzero. È questa la via da seguire per ristabilire un minimo di parità ecologico-economica nel mercato elettrico svizzero e rivalorizzare l’idroelettrico di AET. Il Consiglio federale sta studiando l’argomento, ma intanto si parla di tassa a sostegno di una parte dell’idroelettrico.

Nel mercato elettrico elvetico ci sono poi aspetti critici fatti in casa, ad esempio il nucleare che vende da sempre sottocosto (rischi e riserve per smantellamento centrali e stoccaggio scorie insufficienti a carico dello Stato) e che ha investito miliardi per megaimpianti di pompaggio e accumulo per bruciare l’esubero notturno del nuovo nucleare che, dopo Fukushima, non arriverà più. Impianti intanto fuori mercato che bruciano le riserve ai loro proprietari.

È una situazione generale complessa per l’idroelettrico di AET che, oltre alle nuove tecnologie, è soprattutto esposto ai venti della liberalizzazione del mercato che ha creato concorrenza non sempre equa.