Svizzeri di seconda classe?

di Manuele Bertoli, membro del Consiglio di Stato

In una sentenza del 7 luglio scorso il Tribunale federale ha confermato il divieto imposto dalle autorità bernesi ad una madre che progettava di lasciare la Svizzera con la figlia di 6 anni per stabilirsi in Spagna dopo essersi separata dal padre della bimba, contrario a questa partenza. Secondo i giudici il criterio determinante per decidere è definire in quale luogo è meglio preservato il bene del bambino, tenuto conto delle circostanze concrete. Nel caso particolare è stato ritenuto che il bene della bambina impone chiaramente la sua permanenza in Svizzera, perché la nuova relazione intrattenuta dalla madre in Spagna non sarebbe ancora stabile, perché la donna non disporrebbe di elementi di riferimento indipendenti in quel Paese, perché essa non parla spagnolo; in simili circostanze non sarebbe nell’interesse della bambina trasferirla bruscamente in un ambiente che non conosce e iscriverla in una scuola di cui non parla la lingua.

A fronte di questa decisione ineccepibile dal profilo della protezione del bene dei bambini, che in un Paese civile non può che essere il bene primario da tutelare, accade invece che settimanalmente le autorità amministrative impongano lo smembramento di famiglie con figli svizzeri di genitori svizzeri e stranieri quando i soldi in casa non bastano per vivere da noi. Per queste situazioni la giusta preoccupazione mostrata dai giudici nel caso appena evocato non conta e l’unica alternativa alla partenza del padre o della madre stranieri, se la vogliamo chiamare tale, è la partenza verso l’estero di tutta la famiglia, indipendentemente dal fatto che, per riprendere la sentenza del Tribunale federale, in simili circostanze non sarebbe nell’interesse dei bambini trasferirsi bruscamente in un ambiente che non conoscono.

Come sia possibile che si possa assistere a queste differenti visioni del bene dei bambini nel medesimo Paese e all’interno del medesimo sistema giuridico rimane per me incomprensibile. A maggior ragione se si considera che in questi casi stiamo parlando di bambini svizzeri, con il passaporto rossocrociato, ai quali l’autorità impone la separazione fisica dei genitori senza alcuna valutazione dell’effetto che questo ha sul loro benessere esclusivamente per ragioni di soldi.

Si possono certamente avere anche visioni politiche differenti su come gestire l’immigrazione, ma queste divergenze di vedute non dovrebbero toccare i bambini, che non hanno nessuna responsabilità, che si ritrovano ostaggi di cose più grandi di loro, ma che saranno quelli più toccati da decisioni che cambieranno significativamente la loro vita. Sarebbe anche opportuno non strapazzare il concetto di nazionalità, creando svizzeri di prima e di seconda classe, contravvenendo a principi fondamentali garantiti dalla nostra Costituzione e relativizzando in fondo il valore della cittadinanza politica.

Sono grato a questo giornale per aver ripreso questo tema nelle scorse settimane, per averlo portato all’attenzione dell’opinione pubblica, perché mi pare ampiamente sottovalutato quanto alla sua dimensione ed alla sua portata concreta. C’è una legge da applicare, ma quando questo produce effetti intollerabili per le persone, soprattutto se minorenni, analoghi a quelli definiti come tali dal Tribunale federale nella sentenza citata più sopra, bisogna porsi concretamente il problema sul come farlo in maniera adeguata.