Revoche permessi, un chiaro disegno

di Ivo Durisch, capogruppo in Gran Consiglio

L’obiettivo del governo negli ultimi due anni è stato evidente: ridurre l’accesso alle misure di sostegno familiare e di reinserimento lavorativo riorientando le richieste di aiuti verso l’assistenza. Questo permette al governo da una parte di spendere meno, perché l’assistenza è l’ultimo e meno generoso gradino degli interventi di sostegno sociali, e d’altra parte di mettere sotto pressione i detentori di permessi B, ma sempre di più anche di permessi C, che chiedono aiuto. Per i titolari di permessi B la procedura prevede inizialmente, in caso di richiesta di aiuti sociali, l’avviso da parte delle autorità del possibile rischio di revoca del permesso. Elemento dissuasivo e punitivo, che aumenta la pressione a cui è sottoposto il cittadino, già precario, che sta vivendo una situazione di povertà.

Le conseguenze della revoca del permesso possono portare, nel caso di famiglie con figli, alla distruzione del nucleo familiare. Un esito a volte irreparabile, che può coinvolgere anche figli svizzeri.

Di fronte a queste situazioni il Consiglio di Stato non può trincerarsi dietro la scusa dell’applicazione della legge, perché in realtà questa è la situazione in cui il governo stesso sta cacciando sempre più cittadini e famiglie.

Che questa sia la volontà del governo lo troviamo infatti scritto nero su bianco a pagina 30 del recente messaggio sulla manovra di risparmio del Cantone, dove si motiva l’abolizione dei 120 giorni straordinari di indennità disoccupazione, votati dal parlamento ma mai concretizzati: ‘Non va infine dimenticato che il riconoscimento di indennità straordinarie potrebbe ritardare la procedura di revoca dei permessi B’.

Ancora più evidente è la misura proposta dal Consiglio di Stato e votata dal parlamento nel dicembre 2015, che di fatto impedisce l’accesso agli assegni familiari e di prima infanzia ai titolari di permessi B, costretti così a chiedere l’assistenza e di fatto iniziare la procedura di espulsione.

Per fortuna, nel caso degli assegni di politica familiare, il governo, tramite regolamento di applicazione, è parzialmente tornato sui suoi passi. Su questo punto è comunque pendente un ricorso al Tribunale federale.

Ricordiamoci che spesso i beneficiari di permessi B costretti a chiedere aiuti sono cittadine e cittadini che lavorano sodo.

Non possiamo infatti negare che nel nostro cantone ci siano stipendi da fame che non solo non permettono di vivere, ma nemmeno di sopravvivere! Persone che lavorano fino a 60 ore alla settimana per stipendi da 2’000 franchi netti al mese. Questi sono, ad esempio, gli stipendi netti pagati nell’agricoltura, retribuiti non a braccianti, ma a persone con famiglia, che il lavoro lo sanno fare. E se uno di questi nuovi oppressi ha moglie e figli piccoli, cosa deve fare? Ho conosciuto famiglie che d’inverno rinunciano al riscaldamento e si nutrono solo quando possono piuttosto che chiedere l’assistenza, rischiare l’espulsione e quindi la separazione dai propri cari.

Sopravvivere in stato di miseria o rinunciare a veder crescere il proprio figlio perché si è chiesto aiuto? Questo è il dilemma!

E quando nella procedura di separazione sono coinvolti dei minorenni, i loro diritti non sono né considerati né tutelati.