L’apartheid è già qui ‘Una legge incivile’

Intervista pubblicata il 5 luglio 2016 su “la Regione”
a Manuele Bertoli, membro del Consiglio di Stato

Storie come quella di Arlind, Yasin, Michele e i suoi figli… finiscono sui giornali, tutto il resto rimane nell’ombra.

Regolarmente vengono decise, ed eseguite, decine e decine di espulsioni forzate, tante nell’indifferenza generale. Funzionari, tribunali e consiglieri di Stato applicano la legge. Chi non riesce a mantenersi deve fare le valigie e poco importa se è sposato con uno svizzero e ha figli. Talvolta ci sarebbero margini di manovra – dice il consigliere di Stato Manuele Bertoli – che non vengono quasi mai usati. Soprattutto in governo, quando i cinque ministri vagliano i progetti di sentenza sui ricorsi contro i ricongiungimenti familiari. Ed è proprio questo ambito a fare più riflettere: i rimpatri forzati che spaccano numerose famiglie. Facendosi scudo dietro articoli e norme si erigono invalicabili muraglie di burocrazia tra genitori e figli, separandoli a forza. Questo è il volto poco dignitoso di mamma Elvezia che espelle regolarmente cittadini stranieri in difficoltà anche se hanno figli con passaporto svizzero. Figli riconosciuti dai padri svizzeri o viceversa dalle madri elvetiche.

Il motivo sono i soldi. Viene espulso chi non riesce più a guadagnarsi la pagnotta. È per questo che nel suo blog il ministro Manuele Bertoli scriveva che l’apartheid è già qui. Gli abbiamo chiesto quali sarebbero i margini di manovra per chi siede in governo.

Siete tutti padri di famiglia in governo, vi capita spesso di vagliare progetti di sentenza sui ricorsi contro i ricongiungimenti familiari: come potete, umanamente, avallare decisioni che smembrano famiglie?

Io posso rispondere per me, per gli altri dovranno farlo loro, e dico che non riesco ad accettare che la nostra legge sia così incivile. Si tratta di casi nei quali ritengo doveroso fare obiezione di coscienza. Ovviamente il problema si pone più o meno identico sia per famiglie con bambini svizzeri, sia per famiglie con bambini non svizzeri. Se nel secondo caso è ‘solo’ un problema di coscienza, nel primo è anche un problema di discriminazione tra cittadini del medesimo Paese, il nostro.

Questi rimpatri forzati hanno anche come giustificazione che oggi si può rimanere in contatto, tra genitori e figli, anche grazie alle nuove tecnologie… Che ne pensa di queste nuove famiglie ‘Skype’? Che società stiamo costruendo?

Vi sono famiglie che vivono separate per scelta, che mi guardo bene dal giudicare. Ma quando questo avviene per forza, perché lo ordina la legge, lo trovo tristissimo.

Lei parla nel suo blog di una moderna apartheid, di diritti negati: ci sarebbero possibili margini di manovra su questi casi?

Se si decidesse di accogliere i ricorsi di queste persone, non vedo bene chi potrebbe negare questo stato di fatto, nessuno potrebbe ricorrere contro queste sentenze.

Ne discutete in governo, coi suoi colleghi, quando avallate una decisione di smembrare una famiglia?

I casi vengono discussi se qualcuno in governo solleva il problema, cosa che sto facendo con una certa regolarità, purtroppo senza grande successo.

Ma allora i margini di manovra quando li usate, solo quando c’è una convenienza economica?

Trattandosi sempre di persone che non hanno mezzi sufficienti per sostenersi da sé, non ci sono grandi ragionamenti di opportunità che usualmente vengono fatti in questi casi, mentre è già capitato che in altre occasioni, quando si è trattato di fare uno strappo alle regole in presenza di persone benestanti che chiedevano qualcosa di non perfettamente legale, allora il rispetto della legge è finito in secondo piano.