«Lo scontro personale non fa per me»

Intervista pubblicata il 4 luglio 2016 sul “Corriere del Ticino”
a Saverio Lurati

Dopo la guida del PS ha lasciato anche il Parlamento – La sinistra e l’era Masoni

Un anno fa ha lasciato la presidenza del Partito socialista, in giugno, come promesso, anche il Gran Consiglio. Ecco il Saverio Lurati che (forse) non avete mai conosciuto parlare a ruota libera al Corriere del Ticino di lui, del suo partito e di quelle indigeste «contrapposizioni di tipo personale» nell’era di Marina Masoni.

Nel 2003 quando è stato eletto per la prima volta in Gran Consiglio era sindacalmente attivo. Che idea si era fatto allora dell’essere parlamentare?

«Avevo già superato la cinquantina e quindi non ero proprio di primo pelo. Questo mi ha aiutato parecchio nell’operare la necessaria distinzione tra battaglie ideali, in genere quelle politiche, e battaglie più concrete, quelle sindacali, ma non solo. Poi, con il tempo e l’esperienza (quella parlamentare) ho capito che per costruire il consenso quando si è in minoranza, l’approccio pragmatico, di tipo sindacale, è pur sempre l’atteggiamento migliore».

Erano gli anni del PS delle grandi battaglie, delle manifestazioni di piazza e dei referendum. Come ricorda quell’epoca?

«Con qualche rimpianto, anche se nel periodo della mia presidenza il PS non ha disdegnato di scendere in piazza. Ma i tempi sono cambiati e l’avvento dei media elettronici ha disorientato un po’ tutti. Anche se la storia ci dice che il lavoro di prossimità a fianco della popolazione difficilmente tramonterà e va riscoperto. Parlarsi guardandosi negli occhi rimarrà sempre il miglior modo di comunicare».

Ma, soprattutto, erano gli anni in cui il suo partito aveva un avversario dichiarato. Il cosiddetto «liberismo sfrenato» e colei che, a vostro avviso, lo impersonificava: Marina Masoni. Erano bei tempi, politicamente parlando?

«Non ho mai personalizzato la mia attività politica. Oltre tutto, come sindacalista, ho avuto modo di trovare anche con Marina Masoni e il suo staff soluzioni concrete a favore di aziende e lavoratori in difficoltà. E sono quasi certo che se a quel tempo, il PS avesse lavorato diversamente e fosse stato meno condizionato da questa contrapposizione di tipo personale, che non ho mai sposato, sarebbe stato più facile impostare una politica di opposizione ideale che ci avrebbe permesso di affrontare e combattere con maggiore incisività le derive destrorse di tipo razzista e xenofobo».

Le difficoltà del PS sono iniziate con la bocciatura elettorale di Masoni e l’elezione, con il vostro aiuto, di Laura Sadis?

«Non sono in grado di confermare l’ipotesi di un supporto del PS nella vicenda e non mi è mai piaciuto chi si atteggia ad apprendista stregone. Per cui, essendo queste operazioni aliene al mio modo di operare, non ho ne rimpianti ne condiscendenze. Ribadisco, personalmente quello che ho dire lo dico alla luce del sole e la dietrologia non è parte del mio DNA. Il solo rimpianto, non necessariamente legato a questa vicenda, è quello di aver perso, per colpa nostra, un consigliere nazionale».

Una grande battaglia, come quella degli orari dei negozi, ha visto le due forze sindacali (OCST e Unia) spaccate e astiose l’una contro l’altra. Come ha vissuto questa realtà?

«Con molto disagio, anche se le divergenze di opinione con l’OCST non sono nuove e in passato ho anch’io avuto più di un contrasto. In realtà, quello che mi preoccupa veramente è il fatto che con questo modo di agire l’OCST non contribuisce certo a creare le condizioni per operare l’indispensabile recupero salariale atto a riportare il Ticino più vicino alla media nazionale. E si rende, non so se in maniera consapevole o meno, di fatto fiancheggiatore di una politica imprenditoriale miope e votata al mantenimento della sussidiarietà dello Stato nel sostegno dei redditi. Un vero peccato».

Negli anni il mondo del lavoro e il tessuto economico in Ticino è mutato. È colpa della libera circolazione e dei bilaterali?

«Ritengo che il mercato del lavoro abbia subito dei cambiamenti epocali indipendentemente dalle scelte legate agli accordi bilaterali. La libera circolazione delle persone è stata solo un acceleratore dei processi di degenerazione messi in atto da un tessuto imprenditoriale, in parte importato, votato al guadagno immediato e senza nessun radicamento con il territorio. Un’evoluzione molto condizionata, tra l’altro dalle scelte operate dai settori finanziari che, come abbiamo visto ancora recentemente, non hanno disdegnato operazioni scellerate completamente disgiunte dall’andamento economico reale. Purtroppo le conseguenze di questa politica rischiano di pagarle i nostri figli e nipoti».

A fine giugno è uscito di scena il sindacalista di lungo corso Meinrado Robbiani, ora anche lei lascerà la politica attiva. Parlare di se stessi non è facile né simpatico. Ma cosa avevate voi che altri non hanno ereditato?

«Per quanto mi riguarda, certamente nel bene e nel male, è stata la tenacia e la determinazione e a volte la caparbietà che mi hanno sempre supportato nella mia attività e che a volte sono sfociate in ostinazione, con risultati non sempre positivi. Direi inoltre che quello che ci ha accomunato è stata la capacità di saper ascoltare, nel limite del possibile, tutti. Per quanto mi concerne ciò lo devo a mio padre che mi ripeteva in continuazione quando ero ancora un ragazzo un monito essenziale: se abbiamo due orecchie e una sola bocca significa che bisogna ascoltare almeno il doppio di quanto si parla. Credo poi, che ambedue siamo figli di una generazione che ha imparato a guardare al futuro con serenità, senza troppi rimpianti, ma senza cancellare il passato. Una condizione sempre più difficile da interpretare per le nuove generazioni, confrontate con una velocizzazione dell’informazione che, di fatto, cancella addirittura il presente».

Un anno fa ha dimissionato dalla carica di presidente del PS, come ricorda la primavera del 2015?

«Un momento travagliato che mi ha certamente messo in crisi. E ciò poiché, per quanto se ne dica, seppur scafati da mille battaglie, non si è mai abbastanza preparati alle critiche e ai contrasti che provengono dall’interno della tua area di riferimento. E poi, non va mai dimenticato che a subirne le conseguenze, forse ancora più di se stessi, sono le persone che ti sono vicine, in particolare i tuoi famigliari».

Tornando indietro esiterebbe ancora. Perché quel tira e molla di settimane tra «resto» e «vado»?

«Il senso del dovere: questo è quello che ti frega. L’idea di lasciare il partito in difficoltà alla vigilia delle nazionali era qualcosa che mi opprimeva e che mi ha spinto a ritornare sulla mia prima decisione che era quella giusta. Poi, va pur detto che in quei momenti la lucidità mentale e la capacità decisionale non sono certamente le virtù che ti contraddistinguono e quindi, quando i dubbi prendono il sopravvento, difficilmente si è sufficientemente razionali, anche se in perfetta buona fede».

Il 22 giugno si è lasciato alle spalle anche la porta del Gran Consiglio. Quali sensazioni, quali emozioni?

«Dal momento che la decisione era pianificata da tempo è stato un po’ come quando sono andato in pensione. Da ormai parecchi mesi sto guardando avanti cercando di capire come utilizzare al meglio la parte di tempo libero che avrò a disposizione. E come spesso accade le varianti a mia disposizione sono tali e tante che avrò solo l’imbarazzo della scelta. Certamente mia moglie in particolare e i miei nipotini dovranno essere tra i primi beneficiari di questo cambiamento. Emozioni: per la verità poche, anche perché a parte la Commissione della gestione in cui sempre ho trovato persone oneste con cui si può costruire, il dibattito parlamentare non riusciva più ad entusiasmarmi. Più che di dibattito si può parlare di dialogo tra sordi. E questo dovrebbe preoccuparci tutti».

C’è qualcosa che le mancherà e che serberà come un ricordo indelebile?

«Certamente ci sarà qualcosa. È però troppo presto per capirlo. Come sempre accade ci si accorge di aver perso qualcosa o qualcuno quando non c’è più e allora si può solo rimpiangerlo. Un sentimento che finora ho conosciuto solo con la dipartita dei miei genitori e che forse lì deve restare confinato. Per tutte le altre attività i nuovi interessi e/o impegni suppliscono abbondantemente a quanto si è lasciato, se si è convinti come lo sono, di aver fatto fino all’ultimo il proprio dovere».

Gianni Righinetti


Generalità

Saverio Lurati è nato il 24 novembre del 1950. Coniugato con Nives e padre di due figli, Tatiana e Davide. È domiciliato a Canobbio.

La professione

Elettrauto di formazione e poi meccanico di aviazione. Dal 1. ottobre 1988 segretario sindacale SEL e dal 1993 segretario responsabile della sezione Sottoceneri del sindacato SEI. Dal 1997 responsabile della sezione Bellinzona Biasca e Valli sempre del sindacato SEI e dal 1998 segretario regionale del SEI Ticino e Moesa. Dal gennaio 2005 fino alla fine del 2011 segretario regionale di Unia Ticino e Moesa. Dal 2007 al giugno 2014 Presidente dell’USS Ticino e Moesa.

La politica

Eletto in Gran Consiglio per il PS nel 2003 (riconfermato nel 2007, 2011 e 2015), dal 2011 è stato membro della Commissione della gestione. È stato nominato presidente del PS nel 2012, carica che ha lasciato nel maggio del 2015.