Cultura porta a porta

Intervista pubblicata il 28 giugno 2016 su “la Regione”
a Davide Dosi, municipale di Chiasso

Davide Dosi a Chiasso se l’immagina così. Prima, però, vanno sciolti i nodi irrisolti

Il neomunicipale di Us-I Verdi non ha ereditato un Dicastero di tutto riposo. Da settanta giorni, infatti, si sta occupando delle Attività culturali della città. E si ritrova con qualche questione in sospeso, come il personale del Centro culturale e la Biblioteca comunale. Ma lui è fiducioso di trovare una soluzione in… casa. Sognando una cultura che sa uscire dalle mura e andare tra la popolazione.

È stato difficile raccogliere il testimone da Patrizia Pintus, una ‘compagna’ di partito, dopo il ‘sorpasso’ elettorale?

La cosa più difficile è passare dal ruolo di consigliere comunale a municipale: hai altre responsabilità. La successione a Pintus di per sé non comporta grosse difficoltà. Patrizia aveva già iniziato un lavoro in profondità su determinati aspetti del Dicastero. E io mi ritrovo, come dimostra il consuntivo 2015, con dei conti del m.a.x. museo a posto. Ed è una delle cose che è sempre stata rimproverata: il mancato rispetto del budget. Un ottimo lavoro di chi mi ha preceduto e di cui raccolgo un’eredità positiva. Ci sono poi altri aspetti ancora da sistemare, l’ultimo è il ricorso vinto da Giorgio Fonio e Mauro Mapelli – consiglieri del Ppd, ndr – sulla designazione del direttore della Biblioteca comunale.

A proposito: si è ritrovato con un ricorso, accolto dal Consiglio di Stato, che rimette in discussione la figura del direttore e le dimissioni della bibliotecaria, assunta da poco. Due nodi non semplici da sciogliere per lei.

Non lo sono anche perché da consigliere ero stato parecchio critico sul destino della Biblioteca. Adesso la parte difficile è trovare una soluzione che il Municipio, in toto, possa portare avanti. In realtà, il ricorso verteva sulla figura del direttore, che oggi non è in organico. Sussiste il caposervizio, funzione rivestita in passato dal bibliotecario. La persona che assumeremo nei prossimi giorni, a seguito del nuovo concorso, sarà un bibliotecario. Bisognerà, dunque, valutare come giocarsi la responsabilità della Biblioteca. Premesso che l’atto sottoscritto con il Cantone è un impegno chiaro: sarà inserita nel catalogo cantonale come Biblioteca specializzata in grafica, design e comunicazione visiva. All’interno di questo disegno va cercata la soluzione che rispecchi quanto deciso dall’esecutivo precedente. Il tutto sotto il cappello del Centro culturale (Ccc), che vede alla direzione degli spazi espositivi Nicoletta Ossanna Cavadini. È prematuro ridisegnare l’organigramma. Fermo restando che ci saranno un responsabile e un bibliotecario.

Lei è direttore della Biblioteca universitaria a Lugano, la nuova vocazione affidata alla Biblioteca comunale la convince?

Quello fatto è un buon passo. Dal mio punto di vista va salvaguardata e, anzi, sviluppata anche la parte pubblica del servizio. Non significa lasciar aperta la Biblioteca, ma far sì che sia utilizzata dalla popolazione. La Biblioteca deve scendere tra la cittadinanza; non attendere l’utente bensì essere attiva in casa anziani, con le associazioni. La Biblioteca di pubblica lettura è una ricchezza per un Comune. E noi abbiamo la fortuna di averla. La nostra Biblioteca ci è invidiata nel resto del cantone. Si contano, infatti, sulle dita di una mano i Comuni che ne possiedono una. Quindi, dobbiamo valorizzarla. E delle due vocazioni attuali – la valorizzazione dei fondi del m.a.x. museo e la pubblica lettura – l’una non per forza preclude l’altra, possono convivere. Proprio su questo aspetto da consigliere avevo posto l’attenzione: la specializzazione va bene, ma non deve essere una Biblioteca fine a sé stessa. È la Biblioteca della cittadina e tale deve restare.

Di fatto, ha già una visione sul futuro della Biblioteca comunale.

L’ho sempre avuta.

Pensa che i colleghi la seguiranno?

Non lo so. Non ho ancora affrontato il tema né con loro, né con la direzione del Centro culturale.

Che relazione ha instaurato con i due direttori, Armando Calvia, del Cinema Teatro, e Nicoletta Ossanna Cavadini?

Premesso che ci conoscevamo già da prima e seguivo le attività di entrambi da utente-ospite delle varie manifestazioni, il rapporto credo sia positivo. Ho chiesto molta franchezza e trasparenza. Ci sono un paio di aspetti, noti, quelli legati al personale, da sistemare. Nelle scorse settimane ho incontrato, insieme e singolarmente, i collaboratori del Centro. E ora ci troveremo con i direttori e il capo del personale del Comune: affronteremo tutto un percorso. Come ho detto loro, non pretendo di avere la bacchetta magica; e non credo nemmeno sia così semplice risolvere alcune questioni, visto le ristrettezze finanziarie in cui siamo chiamati a operare. Cercherò, quindi, di mettere le mie competenze a disposizione per trovare una soluzione che ci permetta di uscire dall’impasse che si è creata.

Che clima ha trovato al Centro culturale?

Mi sono appena incontrato con i due direttori. E in quell’occasione ho detto loro che, al di là dei problemi che ogni singolo collaboratore, chi più chi meno, ha espresso, quello che fa piacere è trovare tanto entusiasmo. Sono tutti contenti di essere lì: questo è fondamentale. Ribadisco, ci sono delle cose da mettere a posto: ci proviamo. Da entrambe le parti, comunque, ho trovato massima disponibilità al dialogo. Confido non sia solo un fuoco di paglia, da lune di miele.

Il Ppd ha scoperchiato il vaso di Pandora, ma anche dal suo gruppo si è chiesto un audit esterno. Ci sarà un ripensamento?

Ritengo che adesso ricorrere a forze esterne non sia molto sensato. Si è iniziato un percorso assieme e credo sia utile per tutti risolvere la questione internamente. Non perché si debba forzatamente passare da lì, ma perché credo sia un cammino virtuoso, soprattutto se porta a una soluzione positiva maturata, appunto, al proprio interno, magari anche scontrandosi duramente. La valutazione esterna innanzitutto costa, aspetto non secondario; poi dal mio punto di vista sminuisce il ruolo di chi è chiamato a dirigere il servizio. Vale la pena avere fiducia nelle persone. Se non riusciremo a trovare una soluzione, non si può escludere a priori di ricorrere a forze esterne. Ora è prematuro.

Servono però risorse supplementari: è emerso in modo evidente dalle riflessioni del personale. C’è volontà di investire sul Centro?

Ad agosto come esecutivo avremo la classica seduta di ‘clausura’ alla Rovagina: entro fine mese ogni capodicastero dovrà portare i propri desiderata. Certo qualche risorsa in più può forse dare un po’ di tranquillità a chi vi lavora e permettere lo sviluppo di alcune attività al momento un po’ frenate. È altrettanto vero che il Comune oggi non è nella condizione di aprire delle posizioni in quel contesto. Se la situazione finanziaria dovesse consentirlo, sarebbe ampiamente auspicabile che il Centro culturale ottenesse qualche rinforzo. Il numero di collaboratori è veramente esiguo. Lavorano tutti molto, sono attenti e ci mettono tanto entusiasmo. Ma non si può pretendere che l’entusiasmo basti.

Il Ccc si muove secondo precisi punti cardinali ormai da anni. Che futuro si immagina?

Sto ancora cercando di capire quali sono le visioni dei direttori. Da parte mia, mi piacerebbe che le due anime del Centro si aprissero maggiormente alla cittadina. Ho l’impressione che ogni tanto siano un po’ chiuse su sé stesse. Per un istituto culturale fidelizzare i propri frequentatori è normale, però sarebbe bello andare al di là. In parte sta già avvenendo: come con l’apertura alle mamme e ai bambini del m.a.x. museo. Vorrei portare qualche evento fuori dalle mura del Centro, sfruttando anche le associazioni presenti sul territorio.

C’è uno scambio con queste realtà?

Lo sto scoprendo in queste settimane e non sono ancora in grado di valutare appieno la portata della cosa. Poco a poco sto conoscendo i vari attori culturali e sto cercando di capire come ci si è mossi sinora e cosa si potrà fare di diverso. Credo che queste associazioni vadano valorizzate, altrettanto quanto i nostri istituti. In fondo riguarda anche i Comuni vicini. Sarebbe bello che la cultura diventasse un tema almeno sovracomunale. Soprattuto avendo la fortuna di possedere due poli d’attrazione: un ottimo Teatro e un museo che si sta ritagliando il suo posto, anche sul piano internazionale.

L’impressione, però, è che ciascun Comune faccia un po’ per sé. O no?

All’interno della Sinistra ne abbiamo parlato, più volte. La Biblioteca comunale serve, cifre alla mano, molti utenti dei Comuni limitrofi. Poi però si creano delle piccole biblioteche gestite da volontari. Allora perché non mettersi insieme e far funzionare ciò che già esiste? Si potrebbe fare di più. Nell’ambito museale, ad esempio, Chiasso e Mendrisio sono in contatto.

Da spettatore era soddisfatto dell’offerta culturale chiassese?

Ho visto cose bellissime e cose bruttissime. Ho vissuto in particolare i momenti in cui si discuteva parecchio di ‘Kultura’ elitaria. È bello poter dire, ogni tanto, ‘ho visto una cosa brutta’. Oltre ai grandi nomi, bisogna rispondere pure ad altre esigenze. La politica negli ultimi anni ha spinto, invece, affinché il Cinema Teatro adottasse un altro taglio, legittimo certo, di sicuro successo. Quanto agli spazi espositivi, penso che la direttrice abbia fatto un grande lavoro, creando dal nulla un istituto, di sicuro perfettibile (come tutto), ma che è conosciuto e riconosciuto.

Il Ppd lo rimprovera spesso: la Chiasso culturale vive al di sopra delle proprie possibilità?

Onestamente, non credo. Non concordo quando dicono che bisogna scegliere tra l’aiuto sociale e la mostra. Non è un discorso corretto. Primo, il budget di un Comune non è fatto solo da aiuti sociali ed esposizioni; le voci su cui ragionare sono mille. Secondo, non siamo nella condizione di dover scegliere fra i due. Anche se non sono tutte rose e fiori. È sbagliato attaccare la cultura. Che deve, certo, rispondere alle esigenze della popolazione. Ciò che stanno facendo il Teatro e il museo, avvicinando i bambini a forme di arte differenti: questo è un investimento nel futuro.

La cultura, quindi, non è un lusso?

No, non lo è. Non deve essere però autoreferenziale, sarebbe più difficile da giustificare. Insomma, non il bello fine a sé stesso, ma con un’utilità per la popolazione.

Daniela Carugati