“Mi piacerebbe un Ps capace di cambiare e modernizzare il Paese”

Intervista pubblicata il 26 giugno 20016 su “il Caffè”
a Manuele Bertoli, membro del Consiglio di Stato

Il ministro dell’educazione parla delle sue battaglie solitarie in governo e lancia un appello ai socialisti

Mi aspetto un partito di proposta, serio, in grado di mettere in campo politiche per modernizzare questo cantone, capace di agire per cambiare le cose”. Manuele Bertoli, consigliere di Stato socialista, non teme le discussioni all’interno del Ps, ma non s’iscrive nel gruppo di chi vorrebbe un partito all’opposizione, come si è sentito dire al Ceneri ai primi di giugno. “Alla fine un partito si misura sulle cose fatte e ottenute”, ribatte il direttore della Cultura.

Lei, però, si è visto respingere i conti consuntivi del suo dipartimento dal parlamento per la seconda volta. Come lo spiega?

“Non lo spiego, perché non ho capito il senso di quel voto. L’unico che l’ha spiegato è stato il capogruppo ppd Fiorenzo Dadò che non era soddisfatto di una mia risposta sulla giornata del volontariato”.

Non si sente un po’ isolato in un governo dove, per dirla con parole sue, ‘si rimandano al loro Paese i genitori stranieri di figli svizzeri per il solo motivo che non hanno abbastanza soldi per vivere qui’?

“Non siamo l’unico cantone dove al governo ci sono più forze di destra e di sinistra. Succede per esempio anche nei Grigioni. In questo contesto può capitare di restare in minoranza su questioni di natura politica. Capita a me, ed è capitato anche ad altri”.

Sul tema dei ricongiungimenti familiari si è trovato solo?

“Sì, è un tema di coscienza che mi ha visto in minoranza. Mai avuto altri sostegni. Ma ciò fa parte del dibattito politico in un organo dove si vota”.

Sulla manovra finanziaria di 185 milioni lei aveva dato all’inizio una valutazione critica.

“Preciso: avevo dichiarato al congresso del Ps di gennaio che c’era il rischio che la manovra finisse con uno strappo, perché allora in governo si discutevano ipotesi di tagli che non mi trovavano d’accordo…”.

E adesso?

“Alla fine ho votato a favore, anche se ci sono misure che non condivido. Che ho trangugiato. Ma vista nel suo insieme, mi pare una manovra che ha un suo equilibrio. Cosa riconosciuta un po’ da tutti, tanto che è stata attaccata da destra perché basata più sulle entrate che su tagli alle uscite”.

Nel Ps e nel sindacato l’anno scorso si è evidenziato un clima antieuropeo e contro i bilaterali, non si è trovato un po’ da solo?

“Non direi. Abbiamo discusso l’anno scorso a Savosa questo tema raggiungendo, come Ps, un compromesso. Sulla politica economica europea sono critico anch’io. Ma ciò non significa non avere rapporti con l’Ue o come è successo per Brexit uscire dall’Europa. Questa è una risposta nazionalista ad un problema economico”.

Nel Ps c’è stata una divisione sul tema della scuola, fra chi voleva qualcosa subito e lei, che guardava al futuro. È rimasto qualche strascico?

“Direi di no. Avevo solo chiesto di sospendere quell’iniziativa, che poteva essere utile per sostenere il progetto della scuola che verrà. Purtroppo i due progetti si sono incrociati. L’obiettivo di migliorare la scuola è condiviso da tutti, anche fuori dal Ps. Credo ci sia uno spettro ben più ampio che vuole migliorare la scuola e che sa benissimo che non ci sono riforme, in questo settore, a costo zero”.

Sulla scuola che verrà, pensa di avere il sostegno dei docenti. O è deluso?

“Mai stato. Non sono deluso dei docenti, semmai di alcuni loro rappresentanti che continuano ad insistere su questioni procedurali. Io voglio lavorare con chi è dentro la scuola, ho bisogno della loro esperienza e conoscenza, ma su temi e contenuti, non sulle procedure. Già il processo di riforma sarà lungo. Alcuni contenuti della riforma sono più condivisi di altri, altri ancora fanno discutere, come è giusto che sia”.

Riforma lunga, ma quanto?

“Una volta finita la seconda fase di consultazione, poi s’inizierà la sperimentazione di 4 anni”.

Clemente Mazzetta