3’200 franchi al mese, ma prima ai nostri!

di Fabrizio Sirica, vicepresidente de PS Ticino

Nel dibattito sulla politica del lavoro in canton Ticino ultimamente due temi sono balzati agli onori della cronaca. Il primo è il contratto collettivo (CCL) del settore della vendita al dettaglio, che propone salari mensili lordi a partire da 3’200 franchi e che vede contrapposti il sindacato Unia da una parte, OCST e padronato dall’altra. Il secondo tema è l’iniziativa popolare “prima i nostri”, che prevede di dare la precedenza ai lavoratori residenti al momento di assegnare un posto di lavoro. La sintesi del fallimento di queste due linee politiche, quella del PPD da un lato e quella della destra dall’altro, diventa chiara unendo i due principi: “3’200 franchi al mese, ma prima ai nostri”.

Partiamo dalla linea arancione targata PPD/OCST, quella che vuole il partenariato sociale a tutti i costi. E se affermo che la linea politica del PPD è quella di OCST, è perché interpreto le parole dei vertici dell’organizzazione cristiana: “la nostra delegazione in Gran Consiglio è riuscita a vincolare la legge al contratto collettivo”, riferendosi a deputati eletti sulla lista PPD. Comunque, l’idea del partenariato vuole che le associazioni di categoria e i rappresentanti dei lavoratori trovino un compromesso e che siglino contratti collettivi. Bene, se non che questo CCL non è un compromesso, ma è il risultato della volontà padronale di dare salari indegni per massimizzare il profitto, unito all’obiettivo politico del PPD di far approvare, assieme al contratto, l’estensione degli orari d’apertura dei negozi.

Nessuna resistenza, nessuna lotta. Perché non scordiamoci che il più grande pericolo per i lavoratori del settore vendita fino a qualche settimana fa era rappresentato dalla “legge Lombardi”, quella che voleva estendere gli orari d’apertura di tutti i negozi svizzeri dalle 6 del mattino alle ore 20 (fortunatamente bocciata dagli Stati). Filippo Lombardi che oltre ad essere senatore a Berna è anche il presidente del partito dei “delegati OCST” in Gran Consiglio.

3’200 franchi lordi al mese. Si tratta di un salario che non permette di vivere in Ticino. È un salario indegno. Un salario che permette al padronato di sfruttare la manodopera frontaliera, l’unica a poter vivere con 2’800 franchi netti. E attenzione, questa situazione sarà una responsabilità padronale e dell’organizzazione cristiana, non certo del lavoratore frontaliere che sarà chiamato a lavorare per questo montante.

Quindi, se da un lato c’è un partenariato sociale che non funziona, in questo settore come in molti altri, da destra la proposta è quella di dare il lavoro “prima ai nostri”. Ma se si analizza l’iniziativa, ci si rende conto che è solo fumo, con “prima i nostri” l’UDC non crea né un diritto né una chiara regolamentazione, ma intende solo inserire un vago “obiettivo sociale”, anche perché il concetto è inapplicabile e si scontra con leggi federali. Quelle contenute nell’iniziativa sono solo fandonie, sono solo uno slogan elettorale per mostrare all’elettorato che ci si muove sul tema del lavoro. Occorre ricordare che l’UDC, così come la Lega, sono partiti borghesi, che fanno gli interessi del padronato che li finanzia piuttosto che dei lavoratori! Ne è la prova qualsiasi votazione che chiede di dare maggiori tutele e diritti ai salariati. Per dimostrare quanto questa proposta politica non sia migliorativa, fingiamo che l’iniziativa sia seria e proviamo ad applicarla alla realtà del lavoro. Poniamo che un negozio sia alla ricerca di un commesso senza formazione al 70%. Il salario lordo proposto per questo posto di lavoro è di 2’240 franchi (stando al CCL che vuol far approvare OCST). Il residente ha due scelte: o restare in disoccupazione o accettare un salario indegno per la realtà della vita in Ticino. È questa, in termini di denaro, la soluzione della destra.

Dal canto mio vedo l’assoluta necessità di lavorare sui salari, rinforzare i CCL che già esistono, migliorare le commissioni di controllo e l’ispettorato del lavoro e aumentare la tutela dei lavoratori, in modo che possano esprimersi senza subire il ricatto del licenziamento. Nel contesto attuale, con il grande capitale e con una destra che sono sempre più aggressivi, il partenariato sociale si trasforma nell’imposizione di una categoria sull’altra. La strategia della destra consiste nel mettere i lavoratori l’uno contro l’altro e di indebolire i loro diritti, vuole istaurare una guerra tra poveri; progetta di farci contendere le briciole invece di guardare in quali mani sia la pagnotta. Basta! La sola risposta che si può dare è la cessazione della “pace sul lavoro” in difesa dei propri diritti. Le proposte politiche dovranno essere supportate dal sostegno popolare, che sarà espresso nel luogo del popolo: la piazza. Se i disoccupati, i precari, i lavoratori sottopagati, sono stufi e stanchi di questa situazione, occorre che ci organizziamo e che ci mobilizziamo. Finché non riusciremo a farlo sarà sempre peggio, e con questi rapporti di forza politici, solo con i compromessi otterremo… le briciole!