«La soluzione è un’intesa tra PS e PLR»

Intervista pubblicata il 23 giugno 2016 sul “Corriere del Ticino”
a Christian Levrat, presidente del Partito Socialista Svizzero

L’accordo sulla Croazia come mossa strategica in vista della «grande battaglia sul 9 febbraio»

Gli altri partiti di Governo hanno tutti cambiato volto presidenziale: il PPD da Christophe Darbellay a Gerhard Pfister, il PLR da Philipp Müller a Petra Gössi, l’UDC da Toni Brunner ad Albert Rösti. Lui invece ha deciso di restare: Christian Levrat, 46 anni, friburghese, in Nazionale dal 2004 al 2012 e poi agli Stati, presidente socialista dal 2008, è ormai un «grande vecchio» a Palazzo federale. E un grande stratega: ha orchestrato la destituzione di Blocher e ottenuto che l’amico Alain Berset diventasse consigliere federale. E durante l’ultima sessione ha tirato le fila della questione croata, come ci ha raccontato davanti a un caffè subito dopo la votazione finale.

Ha deciso di restare alla testa del PS perché «questa legislatura è una sfida, occorrerà essere particolarmente abili e determinati». UDC e PLR hanno la maggioranza in Nazionale. Diversi gli equilibri agli Stati dove la maggioranza ce l’hanno PS e PPD. «La situazione è tesa, dovremo ricorrere più spesso al referendum, essere migliori nelle campagne». Il giudizio sui nuovi colleghi presidenti è severo: «Ho l’impressione che fatichino ad assumersi la responsabilità della leadership, sono spesso nei giornali ma poi sono assenti sui grandi temi di questa sessione, non hanno il controllo delle loro truppe». Per fortuna, continua Levrat, che «altri salvano la barca, come Philipp Müller (PLR), Pirmin Bischof (PPD) o Karin Keller-Sutter (PLR)». Tutti senatori. «Se c’è una Camera in grado di creare un compromesso e poi difenderlo è il Consiglio degli Stati. L’abbiamo visto con il dibattito sulla Croazia».

La coppia Levrat – Keller-Sutter è stata in effetti l’artefice del compromesso sul «Protocollo per l’allargamento della libera circolazione alla Croazia». Dopo lunghe discussioni, il Parlamento ha deciso di autorizzare il Consiglio federale a firmare il Protocollo, ma a una condizione: che si trovi una soluzione per risolvere la contraddizione esistente tra la libera circolazione e il nuovo articolo costituzionale contro l’immigrazione di massa (121a). Finché il Protocollo non sarà firmato, l’UE non concederà alla Svizzera di far parte dei programmi europei per la ricerca (Horizon 2020).

Perché ha insistito così tanto per inserire questa condizione nel Protocollo sulla Croazia?

«Eravamo confrontati con una prima storica: per la prima volta il Governo chiedeva al Parlamento di autorizzarlo a ratificare un accordo internazionale in un momento in cui le condizioni per farlo non sono date. Avevamo la scelta tra rinviare al Governo il dossier oppure formulare le condizioni per le quali la ratifica potrà avere luogo. Abbiamo scelto la seconda opzione per pragmatismo, tenuto conto dell’importanza dei progetti di ricerca legati a questo accordo».

Secondo il Consiglio federale non era necessario scrivere questa condizione nero su bianco. Per la maggioranza del Nazionale e per gli ambienti economici ciò complicherà le cose. La pensano così anche diversi socialisti.

«Questa condizione è assolutamente necessaria in caso di referendum contro la Croazia: dobbiamo poter dare garanzie chiare alla popolazione. Inoltre politicamente serve a legare la questione della Croazia e di Horizon 2020 a una soluzione per l’applicazione dell’articolo contro l’immigrazione di massa. Oggi l’agenda è chiara: il 16 dicembre 2016 il Parlamento deve votare una legge d’applicazione, se si vuole evitare che saltino accordi importanti; chi pensava di poter giocare con il tempo nell’intento di trovare una soluzione con l’UDC, adesso deve cambiare strategia».

Lei che tipo di soluzione s’immagina?

«Preferibilmente una modifica di legge con un maggiore accento sulla priorità indigena e un rafforzamento delle misure d’accompagnamento. Oppure una modifica costituzionale: per esempio un controprogetto all’iniziativa popolare RASA» (n.d.r: l’iniziativa “Raus aus der Sackgasse”, fuori dal vicolo cieco, che vorrebbe annullare l’articolo 121a).

Durante i dibattiti la ministra Simonetta Sommaruga ha detto di poter convivere con questa condizione, di fatto sostenendo la soluzione avanzata da lei anziché quella del Governo. Un’intesa tra voi due?

«Sommaruga ha difeso la posizione del Governo. Anche se non l’aveva scritto nella legge, l’Esecutivo ha promesso che la ratifica avverrà solo dopo un accordo con l’UE. Chi invece voleva ratificare a ogni costo, chiudendo gli occhi sui grossi dubbi giuridici e costituzionali esistenti, era Johann Schneider-Ammann».

Secondo diversi giuristi il Protocollo è solo l’estensione di un accordo che esiste già (la libera circolazione). Sarebbe quindi inutile rischiare di bloccare Horizon 2020 solo per la Croazia, che comunque sarà sottoposta a un regime di contingenti per i primi 10 anni.

«Abbiamo considerato l’allargamento dell’UE da 15 a 25 membri come un nuovo accordo, lo stesso per la Romania e la Bulgaria; non vedo perché non dovrebbe essere lo stesso per la Croazia. Se oggi siamo in una situazione difficile è colpa dell’UDC, che con delle bugie ha portato a scrivere nella Costituzione un articolo che è un cappio al collo per l’economia. Per risolvere questa tensione tra Costituzione e libera circolazione ci serve una soluzione globale, non un bricolage».

Che cosa intende?

«Mi preoccupa la corsa al “si salvi chi può”, tutti che cercano di salvare la propria pelle: la scienza con Horizon 2020, gli artisti con l’accordo Media, l’industria di esportazione con qualcos’altro. Ciò è inquietante e miope, perché alla fine ci ritroveremo con il cuore del problema – la migrazione – che non interessa più agli ambienti economici. Con la strategia applicata alla Croazia abbiamo garantito di riunire le forze per la vera battaglia, quella per l’applicazione del 9 febbraio. Per me è chiaro che la soluzione passa da un accordo tra PS e PLR per la protezione dei salariati: una preferenza per i lavoratori indigeni più o meno formale, perché non deve essere discriminatoria, e un rafforzamento delle misure d’accompagnamento. In Ticino la popolazione si è espressa varie volte per una strategia in questa direzione».

Non è che invece volete spingere all’estremo le conseguenze del 9 febbraio, cercando il confronto con l’UDC? E poi arrivare a una nuova votazione che corregga quella precedente?

«Io non cerco il confronto, quel che faccio è cercare di creare un’ampia alleanza di forze ragionevoli per trovare tra noi un pacchetto che migliori la protezione della gente, che garantisca i Bilaterali, e che risponda almeno in parte al mandato costituzionale».

Il PLR si oppone a nuove misure d’accompagnamento.

«Bisogna solo trovare la formulazione giusta. Il tempo dei grandi posizionamenti teorici o ideologici è finito, adesso il ruolo dei partiti è quello di trovare soluzioni che possano corrispondere alle esigenze degli uni e degli altri ma che soprattutto conducano a un miglioramento reale».

Ma è pensabile che si trovi entro dicembre una soluzione che rispetti la Costituzione?

«Si può elaborare una legge che sia sufficientemente flessibile, e che potrà essere confermata dal popolo tramite referendum se necessario. Detto questo è chiaro che negli ultimi tempi la possibilità di una modifica costituzionale, come un controprogetto all’iniziativa RASA, ha guadagnato punti: i sondaggi mostrano un chiaro sostegno ai Bilaterali, l’UDC ha incassato tre pesanti sconfitte alle urne sui suoi temi chiave ed è in caduta libera di credibilità. Per una modifica costituzionale serve però la maggioranza dei Cantoni. Mi ricordo che prima di lanciare l’iniziativa popolare per l’adesione della Svizzera all’ONU, gli iniziativisti avevano fatto dei sondaggi per cantone, ed era il risultato di Lucerna che li aveva convinti che era possibile vincere. Economiesuisse farebbe meglio a fare qualche sondaggio in alcuni “swing states” come Lucerna o Glarona, piuttosto che continuare a testare i Bilaterali a livello svizzero».

Probabilmente il Ticino non sarebbe uno di questi “swing states” .

«Sappiamo che al momento l’opinione pubblica in Ticino è estremamente scettica; ma ho l’impressione che si comincia a rendersi conto che l’impasse e il confronto con l’UE manovrati dall’UDC non ci portano da nessuna parte».

Il Canton Ticino propone un modello di clausola di salvaguardia, ideato da Michael Ambühl.

«Io non mi oppongo a un modello che sia costruito sull’idea di preferenza nazionale. Penso però che non bisogna raccontare storie alla gente: non avremo mai una regola costringente che obblighi le imprese a impiegare prima i ticinesi e poi gli italiani, questa è un’illusione. Quel che possiamo ottenere sono dei meccanismi soft, che per esempio prevedano l’annuncio di posti vacanti agli uffici regionali di collocamento qualche settimana prima del concorso pubblico. L’aspetto che mi rende più scettico nel modello Ambühl è l’approccio regionale per valutare l’occupazione: è valido per il Ticino, ma per il resto della Svizzera non vuol dire niente. Se abiti a Baden sei a un’ora di strada da Zurigo, Basilea o Berna. E il tempo di viaggio ragionevole per la legge sulla disoccupazione è 2 ore».

Anna Fazioli