Aubert, gentiluomo della politica

di Werner Carobbio

Pierre Aubert passerà alla storia della politica svizzera come il continuatore della tradizionale politica estera nazionale degli anni Ottanta. Politica che diresse per 10 anni durante tutta la sua permanenza in Consiglio federale portando di fatto avanti l’impostazione dei suoi predecessori. Quella in particolare di Pierre Graber. Politica poi continuata dal suo successore René Felber.

Tre socialisti che per decenni sono stati responsabili delle relazioni della Svizzera con il resto del mondo. In un periodo certamente più tranquillo e meno complicato dell’attuale i cui tratti distintivi portati avanti e difesi con tenacia anche da Aubert erano l’apertura fondata sulla neutralità attiva all’insegna della solidarietà e della disponibilità a prestare i buoni uffici della Svizzera nelle controversie internazionali. In questa ottica l’azione di Aubert si concentrò in particolare sulle questioni relative alla politica di aiuto allo sviluppo e della difesa dei diritti umani. Si batté anche per l’adesione della Svizzera all’Onu proposta che durante il suo mandato fu bocciata dal popolo nel 1986, per poi essere accolta più tardi quando Aubert aveva ormai lasciato il governo federale.

Il mio ricordo dell’allora consigliere federale è quello di un politico tranquillo deciso a sostenere le sue posizioni in materia di politica estera ma anche politico schivo che non ricercava certo la ribalta dell’attualità e sicuramente meno autoritario del suo predecessore il socialista vodese Pierre Graber. Lo definirei un vero gentiluomo della politica. I miei primi approcci politici con Aubert risalgono al mio arrivo a Berna come rappresentante del Gruppo PdL/Psa/Poch. E in quella fase non sono certo mancate da parte nostra le critiche alle scelte di politica estera del Consiglio federale che lui interpretava e portava avanti. In particolare non ci soddisfaceva la difesa a oltranza della neutralità tutt’altro che sempre particolarmente limpida e coerente o ancora l’eccessiva prudenza in fatto di aiuto allo sviluppo ai Paesi più poveri o la reticenza in materia di condanna dell’apartheid in Sudafrica. Ma sempre Aubert si mostrava disponibile a spiegare il perché delle scelte fatte e anche a capire in alcuni aspetti, in particolare in materia di aiuto allo sviluppo, le nostre critiche. Anche in questo caso dimostrando di essere l’uomo del dialogo e del confronto.

Negli ultimi anni della sua permanenza in Consiglio federale ebbe rapporti non sempre facili con il suo stesso partito, il Partito socialista svizzero. Non sono infatti mancate le sollecitazioni e gli auspici perché lasciasse il governo cosa che avvenne poi dopo il suo secondo mandato come presidente della Confederazione.

Per quanto mi riguarda furono in quegli anni, 1987 e 1988, che erano iniziate le discussioni sulla riunificazione in Ticino di Psa e Pst in cui svolse un ruolo l’allora presidente del Pss Helmut Hubacher. Anche Aubert con la discrezione che ha sempre caratterizzato il suo agire politico in colloqui personali vari aveva auspicato la riunificazione nell’interesse dei socialisti e della sinistra in Ticino.

Pierre Aubert fu di fatto il tipico rappresentante socialdemocratico all’interno di un esecutivo come il Consiglio federale. Convinto sostenitore della presenza del Pss in governo e fautore di una politica dei piccoli passi e della ricerca del compromesso oltre che un rispettoso senza problemi della collegialità. Insomma un politico di altri tempi in un’epoca certamente meno agitata e complicata per le scelte politiche di un piccolo Paese come la Svizzera. Il suo indubbio merito è stato quello di essere stato un attento e fedele interprete di quella realtà.