Heidegger, il nazismo e Bloch

di Sergio Roic

Nella davvero interessante pagina di cultura dedicata ai quaderni neri di Martin Heidegger (vedi «Corriere del Ticino» di martedì 17 maggio) si dibatte dell’intrinseco o estrinseco antiebraismo del filosofo tedesco. Prendo spunto da quel dibattito – che verte in buona parte sull’essenza del tempo quale regolatore e contenitore delle esperienze umane – per scrivere quest’opinione cercando, in poche parole, di esperire l’attualità di un pensatore occidentale importante e influente quale fu Heidegger e quella di colui che gli si contrappose nel medesimo «ambito temporale dell’avvenire», ovvero il suo collega, pure lui tedesco, Ernst Bloch.

Il dibattito che si può instaurare a partire dai temi affrontati dai due filosofi mi pare centrale per la società odierna, ovvero, sintetizzato in alcune semplici domande: come guardiamo all’avvenire? Quali sono i traguardi da raggiungere per l’umanità? E come raggiungerli, con quale impegno, con quali valori?

I valori di Martin Heidegger, già a partire dall’essenziale Essere e tempo, sono chiari e chiaramente situati: la primazia dell’azione sulla contemplazione; la supremazia del passato e del futuro sul presente. Ma che cosa comporta tutto ciò? Comporta, per l’esattezza – e pure nella realtà: è perciò che Heidegger aderì al nazismo e al culto del Führer – l’adulazione e la proposta di un popolo che si sarebbe fatto garante, attraverso l’azione, del peso della storia, ovvero di portare la storia dove e come meglio aggradava a questo stesso popolo, portatore di futuro, e quindi di tempo in quanto azione.

In questo contesto i popoli considerati meno adatti all’azione come quello ebraico erano criticati da Heidegger. Ricordiamoci, in ogni caso, cosa significava azione negli anni Trenta del secolo scorso in Europa, e soprattutto in Germania, e chi si fece, e come, carico di tale azione.

D’altro canto, Ernst Bloch, che pensò e agì a qualche decennio di distanza da Heidegger, si pose, nel suo fondamentale Il principio speranza, la questione di che cosa ci può riservare un futuro totalmente umano, ovvero un futuro condiviso tra tutti gli uomini in quanto umanità.

Al proposito Bloch si esprime in questi termini: «L’importante è imparare a sperare. Il lavoro della speranza non è rinunciatario perché di per sé desidera aver successo invece che fallire. Lo sperare, superiore all’aver paura, non è né passivo come questo sentimento né, anzi meno che mai, bloccato nel nulla. L’affetto dello sperare si espande, allarga gli uomini invece di restringerli, non si sazia mai di sapere che cosa internamente li fa tendere a uno scopo e che cosa all’esterno può essere loro alleato. Il lavoro di questo affetto vuole uomini che si gettino attivamente nel nuovo che si va formando e cui essi stessi appartengono».

I due concetti di nuovo contrapposti, l’uno sostanzialmente di natura razziale e legato al «destino e al compito (storico) di un popolo», l’altro liberante l’umanità dalla paura in vista di una speranza umanistica che anticipa, in Bloch, il concetto di fronte (in quanto luogo di maturazione di ogni progresso, appunto, umano), compongono anche oggi la maggior parte del pensiero e della derivante azione politico-sociale.

E allora, al di là della domanda sull’antiebraismo di Heidegger (che è presente, senza alcun dubbio, nel suo concetto di «azione in quanto processo storico demandato a una razza o un popolo»), forse è necessario, oggi, farsi alcune altre domande, magari attingendo alle idee del suo rivale Ernst Bloch: la storia, la storia umana, si realizza con o contro, per o a danno di, in vista di un perfezionamento dei costumi e di un’elevazione dei valori o come eterna guerra di alcuni contro tutti gli altri?

Personalmente propendo per la particella per e anche per quell’altra, con, che, se unita alla parola passione, forma l’umanissima compassione, ovvero la capacità di patire assieme nelle avversità, ma pure di gioire assieme quando i valori – essendo, come spesso accade, il vero argomento i valori – anelano al bene.