“Governa la destra”

Intervista pubblicata l’8 giugno 2016 su “la Regione”
a Igor Righini, presidente del PS Ticino

Igor Righini, presidente del Ps, pronto a dar battaglia con una politica da opposizione

Anche sull’onda della brillante vittoria referendaria di domenica scorsa (LEoc), il presidente socialista vuole rilanciare il partito iniziando da un linguaggio chiaro e diretto, pur consapevole che la sinistra sta giocando una partita impari, con assai meno risorse della destra. E questo pesa, sostiene il leader del Ps, soprattutto nella comunicazione.

‘La force tranquille’. François Mitterrand, presidente francese socialista, lo usò come slogan e gli portò fortuna considerata la lunga permanenza all’Eliseo (quattordici anni). ‘La forza tranquilla’. Un ossimoro, un accostamento di due termini contraddittori fra loro, appunto, epperò efficace per l’immediatezza del messaggio. Precursore, lo staff di Mitterrand, della società narrata dove la parola vola senza fissa… dimora. E va dritta al cuore, piuttosto che alla testa. Ecco, i socialisti europei – ticinesi compresi – hanno smarrito l’empatia delle parole, che in politica devono essere semplici. Dirette. «Dobbiamo tornare a saper parlare con la gente» ci dice Igor Righini , 50 anni a settembre, diploma di Architettura al Politecnico di Zurigo e presidente del Ps dallo scorso 23 gennaio, che ci accoglie nel suo studio di Pollegio, disegnato da lui come l’abitazione attigua. Uomo di valle che sa trasmettere, appunto, una forza tranquilla. Pur dicendo quel che pensa, frasi tipo «Vitta è di destra». Viviamo tempi in cui il ritornello frequente è ‘Stato leggero’. Così pare anche con la manovra finanziaria 2017-2019 varata dal Consiglio di Stato, a prescindere dal freno al disavanzo che non esclude l’aumento delle imposte.

Non c’è modo di cambiare visione e se sì, con quali alleanze?

Beh, intanto va detto che oggi sta governando la destra, con l’adesione del centro. In questi casi, come è facile immaginare, la sinistra resta sola. Noi dunque siamo in minoranza, ma ci battiamo comunque per i nostri obiettivi. La destra dunque punta a ridimensionare il ruolo dello Stato smantellando alcune sue funzioni fondamentali, utilizzando un solo e unico pretesto: spendere meno. E per farlo utilizza la parola magica ‘ottimizzare’ quando in realtà si vuole indebolire lo Stato e la società. Noi portiamo avanti in parlamento i nostri contenuti, ma ci rendiamo conto che non abbiamo i numeri per fare la differenza né in Gran Consiglio né in Consiglio di Stato.

Parole poco udite negli ultimi tempi…

Il Ps svizzero ha detto che andrà all’opposizione e si adopererà per combattere la destra con le armi a disposizione, come il referendum. Ed è quello che faremo anche noi in Ticino.

Cosa vuole dire ‘andare all’opposizione’? Uscire dal governo cantonale?

No, non si deve equivocare. Intanto il Comitato cantonale ancora non s’è espresso. Quando dico questo intendo opporci a una politica di destra con gli strumenti democratici a disposizione; vedi la riforma dell’Ente ospedaliero cantonale che proponeva la costituzione di società anonime per la gestione di servizi sanitari. Quello che possiamo fare, appunto, è opporci con la promozione di referendum come abbiamo fatto in questo caso. In parlamento su questa questione solo il Ps, i Verdi e i due deputati della sinistra radicale si sono opposti a questa revisione. La maggioranza della popolazione ha aderito alle nostre posizioni sconfessando governo e parlamento. Il Ps ha saputo interpretare la volontà maggioritaria per la difesa di una sanità pubblica di qualità.

Questo vuol dire che in altri casi non si riesce a far passare il messaggio? Se pensiamo alla necessità di aumentare le risorse dello Stato, beh non c’è partita. La destra ha slogan decisamente più efficaci su tasse e imposte. Come mai?

Se mi chiede perché in questo momento l’aria progressista, e in particolare il Partito socialista, non sia capace di ricevere un consenso elettorale migliore, le rispondo che dipende anche dal momento, decisamente ‘cattivo’ per il socialismo e la socialità. Eviterei sensi di colpa…

Perché lo definisce un cattivo momento?

Perché viviamo una pessima congiuntura economica dominata dalle teorie di destra e sostenuta da grandi capitali che non esitano a intimidire e a ricattare la popolazione. La sinistra cerca di fare come può con i mezzi di cui dispone. Restando nella nostra piccola realtà ticinese, va detto che per un’efficace comunicazione abbiamo meno mezzi dei nostri avversari. Anch’io amerei avere media più potenti, più incisivi.

Per questo non vuole parlare di sensi di colpa all’interno della sinistra?

Infatti. I nostri principi sono quelli di sempre, ma evidentemente oggi bisogna saperli comunicare meglio e avere mezzi molteplici per farlo. Poi magari è importante chiederci come ci poniamo verso l’esterno.

È solo una questione di comunicazione mediatica? E la presenza capillare nel territorio, là dove si vivono le contraddizioni?

Un punto essenziale del programma politico che ho presentato al congresso in relazione alla presidenza del partito, riguarda appunto il recupero dei contatti con la base. Questo aspetto è centrale. Certo, siamo qua da quattro mesi… Siamo agli inizi, ma il rapporto schietto e diretto col partito e l’intera società è un nostro obiettivo. Magari anche tramite manifestazioni in piazza. Lo abbiamo fatto recentemente col sostegno ai docenti durante la loro giornata di protesta. È un inizio. Lo vogliamo fare per farci capire, per trasmettere il nostro punto di vista.

La destra vince perché cavalca la difesa dell’identità contro gli stranieri. In autunno molto probabilmente si andrà a votare con l’iniziativa popolare Udc ‘Prima i nostri’ e il cantone tornerà a dividersi. Come si fa a parlare di equità sociale in un contesto del genere?

La destra non esita a strumentalizzare e a cercare di addomesticare la società. Così come non si pone problema alcuno quando alimenta volontariamente i conflitti tra poveri. In questo caso l’iniziativa Udc che lei cita è basata solo sulla carta d’identità o di residenza. Punto e basta. Non affronta la radice del problema e mette l’una contro l’altra due fragili realtà: il lavoratore frontaliero e quello residente che teme di perdere il lavoro, preso dallo straniero. In verità il lavoro non si ruba, ma si fa. Chi lavora non ruba. Il problema piuttosto è che chi distribuisce il lavoro e non lo retribuisce come dovrebbe, sta rubando denaro e dunque il lavoro al lavoratore. È questo il vero significato di ‘rubare il lavoro’ ed è questo il vero tema politico. Finché non riusciremo a distribuire salari dignitosi, non andremo avanti. Dovrebbe pensarci anche lo Stato, ma non lo fa e infatti le misure di accompagnamento alla libera circolazione delle persone sono deboli.

Perché non si fa di più?

La maggioranza di questo Paese non vuole minare la libertà d’imprendere, di fare impresa, ma quando questa libertà compromette la qualità di vita delle persone e permette lo sfruttamento delle stesse, lo Stato non deve permetterlo e deve intervenire.

Sfruttamento delle persone: non lo dice più nessuno, manco la sinistra. Cosa è successo in questi anni?

Secondo me ci si è lasciati portare a spasso. Lo si è detto in verità anche in passato, ma non abbastanza e non con la dovuta semplicità. Si è caduti nel tranello di chi ci ha portato nel territorio dell’insulto. In verità vanno rispettati tutti, imprenditori compresi ed è necessario ricordare allo Stato di svolgere il ruolo che gli compete.

Gli imprenditori per la verità si lamentano per un sindacato troppo aggressivo…

Il presidente dell’Aiti, Fabio Regazzi, durante un dibattito ha affermato che il salario mediano di un lavoratore ticinese è attorno ai 4’000 franchi. In realtà questa è una media. Non possiamo dimenticare tutte le persone che vivono al di sotto di questa soglia. In Svizzera più di 530’000 persone sono interessate dalla povertà. Lo dicono i dati statistici. Vogliamo davvero vedere i problemi o preferiamo adattare la realtà al nostro comodo? È giusto riconoscere l’impegno dell’imprenditore e lo dico anche da libero professionista che fatica a retribuire un dipendente. Conosco le dinamiche, ma questo non m’impedisce di vedere i problemi. Non si può, ad esempio, glorificare chi esporta e nasconde capitali all’estero. Come non va bene che una banca faccia affari con denaro sottratto indebitamente allo Stato. Questi sono i veri furti. Altro che prendersela coi frontalieri! La tradizione elvetica ha sempre tratto profitto dagli stranieri. Prenda la galleria del Gottardo appena inaugurata: l’hanno costruita soprattutto loro. Lavoratori che vengono da noi per attività che i ticinesi non vogliono più fare. Senza contare le origini straniere di molti ticinesi, oggi seconde o terze generazioni. E infine, i giovani costretti ad andare oltre Gottardo perché qui si danno bassi salari.

Un’economia fragile, quella ticinese?

Non sono d’accordo. È un’economia egoista, almeno una parte di questa non sa più distinguere i veri valori e collocarsi nel tessuto sociale. S’è fatta prendere dai principi dei manager che massimizzano i profitti e considerano il lavoro un costo. Non è così, il lavoro è una risorsa.

Come vede il ‘Tavolo dell’economia’ promosso dal Dfe? Cosa si aspetta?

Non mi aspetto un granché perché è costruito con le dinamiche della destra. C’è anche il Ceo di Ubs: cosa mi devo aspettare da chi non crede nello Stato sociale? È come affidare al Gatto e alla Volpe la difesa degli interessi di Pinocchio. Del resto Vitta è di destra e lo dimostra con queste scelte. Lo stesso Plr ha perso l’ala radicale.

Pregiudizi ideologici, retaggio del passato le direbbe qualcuno…

Guardi che noi socialisti non siamo contro la ricchezza. Ci mancherebbe! Non voglio che lo Stato impedisca a un ricco di essere ricco, ma piuttosto che impedisca a un povero di essere povero. Oggi si genera molta infelicità. Lo Stato deve riequilibrare la società non solo i conti.

Aldo Bertagni