La vita che verrà

Intervista pubblicata il 25 maggio su “la Regione”
a Graziano Pestoni

A partire dal referendum del 5 giugno, una riflessione su due modelli culturali: pubblico e privato

Dallo Stato-padre, laico e forte, al ‘meno Stato, più libertà’ e ai valori della competitività e della concorrenza. Con Graziano Pestoni ripercorriamo la storia delle privatizzazioni. Dagli anni 70 ad oggi, da una parte una ‘regia internazionale’ decisa a privatizzare, dall’altra una difesa strenua e diffusa del servizio pubblico. Due modi di vedere la realtà, a volte alternativi, altre inconciliabili.

“Fu un mutamento radicale rispetto alla politica praticata sin dalla nascita dello Stato federale, nel 1848, e fino agli anni Settanta, quando cioè le Autorità dotarono il Paese di tutte le infrastrutture necessarie a una società moderna, quali le ferrovie, le poste, i telefoni, le aziende elettriche, gli acquedotti, gli ospedali”. Così scrive Graziano Pestoni nel suo libro dedicato alla storia delle ‘Privatizzazioni’, edito da Fondazione Pellegrini-Canevascini e Sindacato svizzero dei servizi pubblici (della cui sezione ticinese è stato a lungo responsabile). In effetti, a proposito del referendum del 5 giugno, che a Lugano vuole dire no al trasferimento di ginecologia-ostetricia dal Civico alla clinica Sant’Anna e a Locarno alla creazione di una società anonima per lo stesso settore fra Carità e Santa Chiara, è utile fare una riflessione di più ampio respiro. Per ripercorrere a livello storico e osservare nei suoi interrogativi aperti il confronto/scontro fra due modelli culturali a volte proficuamente alternativi, altre inevitabilmente inconciliabili: il servizio pubblico e l’attività privata. Come dire, il bene collettivo e l’interesse particolare. Pestoni, fra i principali esperti di questo tema nella Svizzera italiana (e non solo), nel suo lavoro parte da un presupposto semplice: “Le nazionalizzazioni sono sempre state decise per permettere all’economia di funzionare meglio”. Economia e bisogni collettivi, da garantire perseguendo efficienza e qualità dei servizi. Si è avviato così fra ’800 e ’900 un lungo percorso verso la gestione pubblica di settori sensibili, come istruzione, trasporti e telecomunicazioni, sistema finanziario, acqua potabile ed energia elettrica; fino alla salute, pubblica, appunto. Come in tutte le rivoluzioni, o in progressivi ribaltamenti di paradigma, Pestoni individua un momento di svolta, anche in Svizzera. Era il 1979 quanto il Partito liberale radicale coniò un motto destinato a trasformare il Paese: “Meno Stato, più libertà”. A dispetto del suo apparente isolamento, la Svizzera fa propria una tendenza ben più ampia. Come se, scrive Pestoni, “ci fosse una sola regia a livello internazionale”. Un programma globale, diciamo, che arriva fino a noi, oggi, avallato dalla maggioranza dei governi (di diverso colore) dei Paesi industrializzati, comprese in Svizzera le forze più ‘anti-europeiste’.

Negli anni di Ronald Reagan e Margaret Thatcher si dà dunque impulso al concetto di “meno Stato”, a liberalizzazioni e privatizzazioni, spesso imposte in cambio di aiuti allo sviluppo. Lo Stato-padre, garante dell’interesse pubblico, inizia a cedere il campo ai nuovi valori della concorrenza e della competitività (oltre alle lobby di interesse). «Da lì – dice Pestoni – è iniziato un cambiamento radicale anche in Svizzera e in Ticino». Una «pressante propaganda ideologica a livello globale», un percorso progressivo che ha attraversato gli anni 80 e 90; «un misto di imprenditoria, finanza e mondo politico interessato» che ha favorito deregolamentazioni, liberalizzazioni, vendita di beni pubblici, esternalizzazioni e partenariati pubblico-privato, precarizzazione delle condizioni di lavoro. Un esempio significativo, per Pestoni, è quello delle ex Ptt. Perché? «La scelta di uno Stato laico e forte era quella di garantire un servizio postale anche alle regioni più discoste, che non potevano essere redditizie. Come veniva pagato? Con ciò che si guadagnava dalle telecomunicazioni. Applicando una direttiva europea, presentata come un’esigenza di trasparenza contabile, sono stati scissi i due settori, privatizzando subito il 50% delle telecomunicazioni. La Posta, deficitaria, è stata aziendalizzata, e per coprire i disavanzi hanno chiuso 1’834 uffici postali (il 52%) e peggiorato la qualità del servizio e delle condizioni di lavoro. Poi, un paio di anni fa, è stata trasformata in società anonima: la prossima tappa sarà vendere delle azioni ai privati».

Come si guadagna?

E qui si arriva al punto. Come si aumenta il profitto? «Ci sono tre modi: aumentare i prezzi, ridurre i costi del personale, ridurre la qualità delle prestazioni». Dunque, aggiunge Pestoni, ci sono un paio di concetti da evidenziare. «Il primo riguarda lo scopo. Il servizio pubblico ha il mandato di fornire, appunto, un servizio. Il privato ha lo scopo di realizzare un profitto. Due obiettivi spesso inconciliabili. Il pubblico può fornire un servizio gratuitamente (per esempio la scuola) o a prezzi politici che non coprono i costi (la medicina), per soddisfare i bisogni della collettività. Il privato fisserà prezzi e condizioni per realizzare il massimo profitto». E l’altro concetto? «È legato al controllo democratico: questo deve essere fatto da un legislativo (Camere federali, Gran Consiglio o Consiglio comunale), perché così il controllo diventa pubblico. Il controllo democratico non è solo la verifica che i soldi siano stati spesi bene, ma il controllo appunto di tutta l’attività di un ente, nell’interesse del cittadino; è chiaro che, nel momento in cui diventa un discorso interno a un’azienda privata, questo non può più essere fatto». Dopo una prima ondata di grandi liberalizzazioni, come Posta, Swisscom o Ffs, un altro momento di passaggio viene individuato da Pestoni nell’anno 2006, quando lo stesso Consiglio federale auspica esplicitamente una nuova svolta privatizzatrice. Nel 2007, infatti, si decide il finanziamento alla sanità privata. E si apre un nuovo tragitto che, in Ticino, porta fino agli estremi del referendum del 5 giugno. In un contesto però segnato da un dato chiaro. Pestoni: «A livello svizzero negli ultimi anni ci sono stati una trentina di referendum, tutti hanno bocciato le proposte di privatizzazione. L’ultimo risale allo scorso mese di febbraio, nel Giura, dove si voleva privatizzare l’equivalente della Sezione della circolazione: il 65% dei cittadini ha detto di no, a conferma che la popolazione vuole difendere il servizio pubblico. In Ticino i cittadini hanno bocciato la privatizzazione della sorveglianza delle carceri nel 2013 e in precedenza, nel 2001, il finanziamento della scuola privata». Arrivando alla sanità, il processo privatizzatore fa dunque un salto di livello. Non si tratta più di qualità di trasporti o servizi postali, ma di salute pubblica. E qui il confronto/scontro fra i due modelli di pensiero si fa più sensibile e potenzialmente distruttivo. Qual è il contesto? «Nel 2007 si sono decise due cose: una è finanziare con soldi pubblici le cliniche private, la seconda è il Drg (Diagnosis Related Groups, ndr), cioè un pagamento forfettario a seconda del tipo di intervento. Un esempio, l’appendicite: mettiamo che è previsto un costo tot, per due giorni di degenza. Ma se arriva un paziente anziano o malato, il rischio è che la degenza si prolunghi. Ed ecco che scatta la caccia al cliente redditizio: cliente e non più paziente».

Il problema, però, secondo Pestoni è ancora più ampio, e mina alla base il servizio pubblico: «Un altro esempio, l’ortopedia. Il Cantone deve dare i mandati all’ospedale che costa meno: c’è un ospedale pubblico che fa tutto e c’è una clinica costituita da alcuni medici specializzati. Visto che la clinica fa solo quello, i suoi costi sono più bassi, e porta via un settore redditizio al pubblico. A quel punto la clinica si amplia, prima si occupa di una patologia, poi progressivamente allarga la sua attività ad altri campi. In Germania questo sistema ha portato in 20 anni il settore privato dal 5% al 50%. In questo modo al pubblico restano solo le cose più costose e meno redditizie. Ciò costituisce un grave problema per gli ospedali pubblici, perché alla lunga verranno a mancare le masse critiche minime di pazienti per garantire una medicina di qualità». In Ticino, a che punto siamo? «Peggio, si regalano un pezzo di Civico e un pezzo di Carità ai privati. Questo è l’inizio della fine dell’Ente ospedaliero cantonale, ossia della medicina pubblica ospedaliera. Prima della creazione dell’Eoc, nel 1982, si diceva che il miglior ospedale ticinese era il treno per Zurigo. Infatti gli ospedali, allora prevalentemente privati, non erano in grado di fornire una medicina di qualità. L’Eoc in questi anni ha fatto un lavoro enorme, assicurando una presenza ospedaliera su tutto il territorio cantonale e realizzando centri in grado di rispondere alle più moderne esigenze. I soli problemi sorti sono stati con le cliniche private, presenti in Ticino nella misura di quasi il 50%, mentre in Svizzera sono il 20%. Si sono così manifestati alcuni doppioni, perché il privato non voleva essere escluso da alcuni settori ritenuti redditizi. La libertà di commercio ha avuto il sopravvento sulla qualità della medicina».

La caduta degli scrupoli

Nello specifico di Lugano e Locarno, poi, c’è un altro aspetto: «Fra alcuni anni le azioni potranno essere addirittura vendute, e non sai nemmeno chi potrebbe subentrare». Eppure, anche a proposito di salute, un punto di incontro sano fra questi due modelli è non solo possibile, ma auspicabile. Che cosa ne pensa Pestoni? «Il discorso non è che non si può far nulla con il privato, ma che non si può fare qualsiasi cosa. L’esempio positivo è quello della Hildebrand a Brissago, ma fa solo riabilitazione e non entra in concorrenza con l’Eoc: inoltre si tratta di un istituto senza scopi di lucro». Il vero problema, per Pestoni, e qui sta il vero conflitto fra i due sistemi, è che «non c’è più scrupolo nel favorire un interesse privato a scapito di un servizio che riguarda la salute pubblica». Allora, un ultimo esempio: «Mettiamo il caso di un ente al 60% pubblico e al 40% privato. Se la parte privata propone di investire in una determinata attività, la maggioranza può impedirlo, se questo va a creare un inutile doppione con un servizio già garantito. Eppure, in questo caso, ci sarebbero gli estremi perché gli azionisti privati richiedano un indennizzo al pubblico per mancato guadagno. Come potranno lavorare domani nella sanità due entità così diverse?».

Claudio Lo Russo