No all’iniziativa ‘a favore del servizio pubblico’!

di Carlo Lepori, membro della Direzione del Partito Socialista

Tra i nove temi in votazione in giugno c’è anche l’iniziativa detta «a favore del servizio pubblico». Con un titolo così, uno pensa che non valga neanche la pena di leggere il testo (in tutto sono 88 pagine, solo per le votazioni federali), né di parlarne troppo: altri temi sembrano più importanti e più vicini a noi. E tutti siamo a favore del servizio pubblico – più o meno.

Come mai allora tutte e tutti i Consiglieri nazionali e agli Stati raccomandano il no? E tutti i partiti e anche la sinistra e le associazioni dei consumatori, sostenitrici a oltranza del servizio pubblico, dicono di votare no? E perché invece nei sondaggi l’iniziativa è ancora sopra il 50%? Va bene che le opinioni di chi si impegna in politica non valgono più tanto, ma questa situazione è davvero strana!

Se il titolo è ingannevole, il testo è per lo meno ambiguo. Non fare utili, non sovvenzionare una cosa con l’altra, non pagare stipendi folli: tutti d’accordo, o no? In realtà, come spesso con certe iniziative, bisogna distinguere un’interpretazione rigida del testo e una più largheggiante.

Prendiamo gli utili: in senso stretto significa ridurre i prezzi delle prestazioni fino a che non c’è più profitto e quindi non ci sono i soldi per gli investimenti necessari. I favorevoli dicono di non prendere così sul serio la cosa: parlerebbero solo degli utili versati alle casse dello Stato. Ma le Ffs non fanno utili; Swisscom sì, ma è una società anonima: se non paga i dividendi alla Confederazione non li paga neanche agli altri azionisti; solo la Posta fa un utile che versa alla Confederazione. Il rischio qui è un pericoloso cambiamento di paradigma, che spingerebbe queste attività verso la privatizzazione. E conosciamo bene i danni che le privatizzazioni hanno recato al servizio pubblico!

Le «sovvenzioni trasversali» sono fondamentali per poter finanziare le linee ferroviarie, le comunicazioni a banda larga e altri servizi importanti anche dove poco redditizi, a vantaggio specialmente delle regioni periferiche. Anche qui gli iniziativisti ci dicono che esageriamo: intenderebbero solo gli aiuti trasversali al di fuori delle singole aziende. Ma allora non cambierebbe quasi nulla: perché hanno scritto quelle parole nell’iniziativa?

E gli stipendi? C’è scritto che per tutti i collaboratori il limite è quello dell’amministrazione federale. E non, come affermano i sostenitori, che solo i manager dovranno ricevere al massimo come i Consiglieri federali. Presa alla lettera l’iniziativa significa che i manager devono scendere sotto il livello dei Consiglieri federali (che non sono parte dell’amministrazione), ma anche che molti altri impiegati sarebbero confrontati con una riduzione dello stipendio! A nessuno piacciono gli stipendi stratosferici dei manager, ma qui il rimedio sembra anche peggiore del male!

In realtà poi nel testo dell’iniziativa non si parla mai di «servizio pubblico», ma solo di «prestazioni di base», lasciando intendere che tutto il resto, ed è molto quello che lo Stato offre alla cittadinanza oltre il concetto limitativo di «prestazioni di base», potrebbe anche essere privatizzato, con le conseguenze note.

Concludendo: questa iniziativa che sembra voler aiutare il servizio pubblico in realtà rappresenta una gravissima minaccia per uno dei beni più apprezzati in Svizzera! E, se applicata, non porterà nessun vantaggio: non impedirà la chiusura di nessun ufficio postale, non farà diminuire il costo dei biglietti ferroviari, né vi farà trovare più puliti i gabinetti sui treni!