«È il minimo che adesso possiamo fare»

Intervista pubblicata il 27 aprile 2016 sul “Corriere del Ticino”
a Marina Carobbio Guscetti, consigliera nazionale
sull’iniziativa “Per la riparazione” e il controprogetto

«L’iniziativa è un passo necessario e importante, che permette finalmente di continuare il processo iniziato nel 2013 di rielaborazione di una pagina buia della nostra storia. Certo, riconoscere gli errori non basta, servono anche misure vincolanti e mezzi finanziari», dice Marina Carobbio (PS), che insieme a Giovanni Merlini (PLR) è membro del comitato di sostegno cantonale dell’iniziativa.

Il controprogetto è quindi una buona soluzione?

«Di fatto, il controprogetto riprende le proposte dell’iniziativa. Invece di 500 i milioni sono 300, a seguito delle stime diverse sul numero delle persone direttamente toccate. Ma l’importante è avere una base finanziaria che tenga conto dei disagi che ancora vivono queste persone, dopo essere state stigmatizzate per anni. È giusto che ci sia un riconoscimento delle giustizie inflitte. Certo, non si risaneranno del tutto le ferite che molte persone hanno subito. Ma questo è il minimo che si può fare per ridare loro dignità e far sì che fatti simili non accadano mai più. È un dovere che abbiamo, come società e come politica, quello di affrontare questi capitoli bui del nostro passato».

C’è in effetti la possibilità di assegnare gli indennizzi in modo più celere.

«Il controprogetto è più rapido dell’iniziativa. Ma se non ci fossa l’iniziativa, oggi non saremmo qui a discutere delle vittime dei collocamenti forzati».

C’è che sostiene che a pagare, semmai, non deve essere lo Stato, ma le istituzioni (Chiesa, associazioni di categoria) che si sono occupate di queste persone.

«C’è in primo luogo una responsabilità collettiva, e mi riferisco a Confederazione e Cantoni. Non a caso, oltre alla Confederazione con Simonetta Sommaruga nel 2013, anche diversi Cantoni si sono scusati. Non mi risulta che in passato le autorità si siano opposte ai collocamenti forzati o a misure come la sottrazione dei figli e la sterilizzazione. Assumersi questa responsabilità è il minimo che si possa fare in segno di rispetto di queste persone, ma anche per evitare che in futuro si ripetano situazioni di questo genere».