L’economia svizzera ha bisogno di un reddito di base incondizionato

di Sergio Rossi, professore ordinario di macroeconomia monetaria all’Università di Friborgo

L’iniziativa popolare federale “Per un reddito di base incondizionato” lancia un sasso nello stagno del sistema socio-economico svizzero, il cui affanno per garantire il finanziamento delle politiche sociali e per offrire un posto di lavoro a tutti i residenti che vogliono e possono lavorare è ormai evidente e lo sarà maggiormente durante il prossimo futuro.

L’invecchiamento della popolazione e l’insufficiente natalità a causa del ristagno della capacità di acquisto delle famiglie del ceto medio rendono il primo pilastro delle assicurazioni sociali svizzere sempre più fragile sul piano finanziario. Per non gravare sui consumatori (mediante un aumento dell’imposta sul valore aggiunto) o sugli oneri sociali dei lavoratori e dei datori di lavoro è dunque necessario un cambiamento di paradigma, a maggior ragione se si considera l’impossibilità sistemica di attingere dai mercati finanziari le rendite utili per sostenere il secondo pilastro della previdenza professionale. D’altra parte, l’assistenza sociale è umiliante per le persone che devono farvi capo, burocraticamente onerosa per l’ente pubblico che deve verificare il rispetto delle condizioni e sanzionarne gli abusi, oltre a comportare una stigmatizzazione da parte della società, suddivisa tra chi lavora e contribuisce finanziariamente all’assistenza sociale e chi invece non lavora o lavora senza guadagnare quanto basta per condurre una esistenza dignitosa. Già oggi, in effetti, l’articolo 12 della Costituzione federale svizzera assicura che “[c]hi è nel bisogno e non è in grado di provvedere a sé stesso ha diritto d’essere aiutato e assistito e di ricevere i mezzi indispensabili per un’esistenza dignitosa”. Come ha notato il consigliere federale Alain Berset, l’iniziativa per un reddito di base incondizionato permette di “uscire da una logica assicurativa per dirigersi verso una logica esistenziale”, consentendo a ogni persona di condurre una vita dignitosa.

I motivi a sostegno

Sul piano economico, in effetti, ci sono numerosi motivi a sostegno di questa iniziativa. Anzitutto, il reddito prodotto nell’economia nazionale dipende in gran parte da ciò che le generazioni passate hanno generato sotto forma di conoscenze e innovazioni di ogni tipo, permettendo lo sviluppo economico di cui beneficia l’insieme delle persone fisiche e delle persone giuridiche che esistono attualmente – i cui redditi sono quindi indotti dal capitale (fisso e “umano”) ereditato dalle generazioni precedenti. Appare allora eticamente corretto distribuire a ciascuna persona fisica un reddito di base incondizionato quale “dividendo universale” a seguito del capitale accumulato dalla società nel suo insieme. Inoltre, i mutamenti in atto e in rapida diffusione per quanto riguarda l’automazione dei processi produttivi di vario genere e in ogni settore economico (la cosiddetta “quarta rivoluzione industriale”) aumenteranno notevolmente le pressioni al ribasso sull’occupazione e sulle remunerazioni di una parte importante dei lavoratori, a danno in fin dei conti dell’intero sistema economico, perché ciò ridurrà i consumi e, pertanto, i profitti delle imprese nel mercato dei beni e servizi, aggravando i disavanzi del settore pubblico senza alcuna prospettiva di correzione nel lungo termine, a meno di prelevare delle imposte con una aliquota molto elevata sui redditi e sulla sostanza dei proprietari dei robot che sostituiscono le persone attive nel mercato del lavoro. Il panorama politico-economico attuale non lascia tuttavia intravedere questa riforma della fiscalità diretta in Svizzera nel futuro prossimo.

Stimolo alla creatività

Infine, ma non per ultimo, un reddito di base incondizionato stimola la creatività delle persone, che sanno di avere una fonte di sostentamento nel caso in cui le attività che intraprendono nel sistema economico si rivelassero prive di sbocchi o non all’altezza delle aspettative di rendimento. Si pensi in particolare ai giovani che con un reddito di base incondizionato possono studiare meglio e più a lungo, potendo poi realizzare un progetto di start-up senza l’assillo e spesso l’impossibilità di ottenere dei crediti da un istituto bancario. Per i lavoratori le cui remunerazioni sono attualmente inferiori al reddito di base suggerito dagli iniziativisti, ci saranno maggiori possibilità di ottenere una retribuzione che permetta loro di vivere degnamente, senza per questo occupare due o tre posti di lavoro parallelamente, che oggi riducono l’occupazione di chi si affaccia nel mercato del lavoro o cerca di tornarvi dopo una assenza forzata, la cui durata aumenterà tendenzialmente via via che il progresso tecnico sostituirà le persone che lavorano con dei macchinari o degli algoritmi sempre più complessi. Resta una grande questione aperta, a sapere quale sarà l’importo e chi beneficerà di un reddito di base incondizionato, oltre a definire in maniera consensuale le fonti per finanziare questo nuovo sistema di società. Le proposte non mancano e andranno approfondite e discusse nel corso dei prossimi anni, per non essere costretti ad adottare in maniera frettolosa e incoerente un sistema di finanziamento insostenibile e controproducente quando il regime socio-economico attuale avrà mostrato in modo inequivocabile tutti i propri limiti fisiologici. Come scrisse Mark Twain, la storia non si ripete ma comporta delle assonanze: chi si oppone oggi al reddito di base incondizionato dovrebbe ricordare che l’introduzione e il finanziamento dell’Avs furono aspramente combattuti durante un trentennio, prima di essere approvati e di essere apprezzati dall’insieme della popolazione in Svizzera. Fra trent’anni – se non prima – il popolo svizzero potrebbe dunque plebiscitare l’iniziativa sottoposta al voto il 5 di giugno.