Con il voto per posta l’addio al galoppino

di Nenad Stojanovic

Quest’anno, per la prima volta, ognuno poteva votare per posta nelle elezioni comunali. Il Ticino è l’ultimo cantone che permette il voto per corrispondenza generalizzato. Il ghiaccio è stato rotto con le elezioni federali del 2011 e poi nel 2015 con le elezioni cantonali. È una riforma che sembra gradita: quest’anno quasi nove elettori su dieci hanno votato per posta. In molti Comuni la partecipazione è cresciuta massicciamente rispetto alle ultime elezioni comunali: dal 46 al 54% a Locarno, dal 55 al 60% a Chiasso, dal 64 al 73% a Biasca.

È un altro bell’esempio di come le riforme che riguardano il contenuto e l’uso dei diritti politici richiedono molto tempo e tanta pazienza ma una volta realizzate diventano salde come una roccia. È stato così per il diritto di voto per le donne e i diciottenni. Fra qualche anno o decennio lo sarà anche – lo credo – per il diritto di voto per tutti i residenti che hanno compiuto 16 anni, così come per il voto elettronico.

I contrari sostenevano che il voto per posta avrebbe messo a repentaglio il segreto del voto, minacciando quindi la libertà degli elettori; che avrebbe portato alla compravendita di schede; che avrebbe favorito i galoppini; eccetera. Non derido tali preoccupazioni. Le rispetto perché so che per tante persone erano vere e sincere. Negli anni passati in Gran Consiglio cercavo di pararle dicendo che in altri cantoni si era visto che proprio il voto per corrispondenza toglieva quel controllo sociale che esisteva una volta ai seggi elettorali e che permetteva ai galoppini di verificare se i membri della famiglia X, conosciuti come elettori del partito Y, si erano recati alle urne o no. Ciò non è più possibile. Certo, non nego che in altri contesti politici, sociali e culturali, soprattutto laddove l’elettore è povero e quindi più facilmente ricattabile, il rischio di compravendita di schede sia reale. Ma non lo è in Svizzera. La mia esperienza però è che buona parte delle persone che esprimevano tali preoccupazioni sotto sotto temevano qualcosa d’altro: la perdita elettorale del proprio partito a vantaggio di un qualche altro partito.

Nel gruppo parlamentare del Partito socialista ero da solo, o quasi, a difendere il diritto di voto per corrispondenza. Mai nella mia attività politica ho ricevuto così tante telefonate e tentativi vari di convincermi che avevo smarrito la retta via. Se facevo notare, cifre alla mano, l’esperienza degli altri cantoni ottenevo risposte del genere: «Sarà, ma il Ticino è diverso». Si temeva soprattutto l’avanzata del Partito popolare democratico. A sostegno di questa tesi si ricordava che era stato sempre il PPD a proporre il voto per corrispondenza. Nemmeno io dubitavo che taluni nel PPD fossero motivati soprattutto da calcoli elettorali, ma pensavo che sia i primi sia i secondi si sbagliassero. Nelle elezioni federali del 2011 si votò per posta per la prima volta. Come ho già osservato sulle colonne di questo giornale (Corriere del Ticino, 28.10.2011), il risultato fu un aumento considerevole della partecipazione (+6.5%) e, guarda caso, una perdita sostanziale del PPD (-4.1%). Quando confrontai i miei amici avversari con questi dati mi dissero: «In Ticino le federali non interessano tanto, vedrai cosa succederà quando voteremo per posta anche alle cantonali e soprattutto alle comunali».

Ebbene. Nelle elezioni cantonali del 2015 la quota elettorale del PPD è scesa dal 20,5 al 18,6% (Gran Consiglio) e dal 19,9 al 17,5% (Consiglio di Stato). Nelle elezioni di domenica scorsa il PPD, nonostante qualche successo isolato in alcune località (Biasca, Chiasso), ha perso in totale 41 seggi nei consigli comunali. Ha perso consensi soprattutto nei comuni in cui aveva la maggioranza relativa (e dove in teoria i galoppini dovrebbero essere particolarmente presenti). Il confronto con le ultime elezioni cantonali parla chiaro: nelle elezioni per i municipi il PPD ha perso punti a Massagno (dal 48,5 al 46,4%), a Mendrisio (dal 40,3 al 32,9%), a Gordola (dal 39,7 al 33,4%), a Vacallo (dal 37,7 al 33,5%), eccetera.

Non ho dubbi che gli avversari del voto per corrispondenza troveranno altre spiegazioni, altre cifre, altre prove per giustificare il proprio punto di vista. Vanno ascoltati e rispettati. Ma indietro non si torna più.