Ticino in Europa: il caso dell’Insubria

di Sergio Roic, membro di comitato del Numes (Nuovo Movimento europeo svizzero) Ticino

Il Ticino, la parte meridionale della Svizzera, di lingua e cultura italiana ma politicamente legato alla Svizzera ormai da secoli, vive in questi ultimi due decenni un rapporto ambivalente con l’Europa, da cui è circondato, al pari della Svizzera stessa. Terra attraversata dalla storia e dalla cultura europea (basti pensare al popolamento della regione insubre da parte dei veterani di Cesare, alla calata del generale russo Suvorov, rivale di Napoleone, e, in campo culturale, ai lunghi soggiorni di Hesse, Fromm, ai quadri di Turner, alla storia del Monte Verità eccetera), il Ticino vive oggi una pagina politico-economica di rifiuto dell’Europa con cui confina, ovvero dell’Italia.

Sotto l’influsso di forze politiche regionaliste quali la Lega dei Ticinesi, il movimento politico ormai più forte in Ticino, e con una logica rivendicativa e di lagnanze di stampo prettamente populista, il rifiuto dell’Italia e dell’Europa stessa è diventato il leit motiv della politica ma anche della società ticinese.

A nulla sono valsi i (pochi) appelli degli intellettuali e alcune voci levatesi dal campo dell’economia ticinese, l’Italia (e l’Europa) al sud delle Alpi svizzere è vista come un paese e addirittura come un concetto “fallito”.

È allora interessante e importante chinarsi sulla problematica, invero illuminante, del territorio insubrico, a cavallo del Canton Ticino e dei confinanti (e molto più popolati) territori norditaliani, quali le province di Varese, Como, Lecco, Novara e Verbania.

La forte interdipendenza economica e culturale di questi territori confinanti (in cui si parla la stessa lingua, spesso persino lo stesso dialetto e la cui arte e letteratura sono condivisi) ne ha fatto una regione transfrontaliera omogenea, e come tale studiata e considerata negli anni 80 dello scorso secolo.

I forti vincoli ticinesi con la Lombardia (il cui centro, Milano, è il vero motore dell’economia e della cultura regionale) e il Piemonte hanno suggerito, sempre sul finire del secolo scorso, di istituire, sul modello di analoghe iniziative riuscite sul Lemano e nella regione basilese, la Regio Insubrica, un organo di contatto e interfaccia a cavallo del confine italo-svizzero nel sud del paese.

Il problema della Regio Insubrica, uno dei casi emblematici di collaborazione transfrontaliera riuscita solo in parte, è che la politica da entrambi i lati del confine non si è mai spesa più di tanto per dotare di mezzi e influenza quest’organo transfrontaliero.

A differenza di analoghe iniziative nel nord e nell’ovest della Svizzera, che nel tempo hanno consolidato organismi funzionanti con personale fisso e un’agenda fitta e di qualità, che, insomma, hanno fatto in modo che i due lati della frontiera “si sono parlati” spesso e hanno agito insieme, a differenza di queste iniziative, dicevamo, la Regio Insubrica è spesso stata un “caso”, un “problema”, un’“opportunità mancata”, al punto che, l’anno scorso, si era pensato persino di terminarne i lavori decretandone la fine istituzionale. A tutt’oggi, nonostante la ripresa dei lavori, i rapporti sul confine meridionale svizzeroitaliano sono tesi. Il rifiuto di considerare l’Europa e l’Italia come alleati e interlocutori di qualità è evidente e “produce” quella battaglia ideologica di chiusura che caratterizza in larga parte il “discorso” politico ticinese.

E ciò nonostante, o proprio a causa, del fortissimo travaso quotidiano di forza lavoro che si reca dall’Italia in Svizzera (si calcola che vi siano più di 60’000 lavoratori frontalieri in Ticino, due terzi dei quali agiscono nel territorio insubre).

Una nuova analisi delle relazioni con l’Italia e l’Europa, in specie a livello insubre, si impone. Questa, infatti, è una delle tematiche che il Numes Ticino intende affrontare e approfondire nel prossimo futuro.