A chi giova la guerra terroristica?

di Sergio Roic

Mando questa mia opinione al «Corriere del Ticino» essendo stato stimolato alle riflessioni che seguono, in questo bailamme di notizie, commenti e analisi conseguenti all’ultimo attentato terroristico, proprio da due testi scritti e firmati da dirigenti della testata «Corriere del Ticino» e del gruppo editoriale di riferimento, MediaTI. I due giornalisti rispondono ai nomi ben conosciuti e stimati del direttore del «Corriere» Fabio Pontiggia e dell’amministratore delegato di MediaTI Marcello Foa. Le loro tesi mi sembrano molto interessanti.

Fabio Pontiggia, in un post su facebook, si chiede come è possibile (lui lo ritiene «non possibile») il controllo totale della sicurezza in Occidente a fronte di attacchi terroristici indiscriminati e suicidi, ultimo in ordine di tempo quello «doppio» (metropolitana e aeroporto) di Bruxelles. Sono d’accordo con Pontiggia, l’essenza stessa del mondo occidentale (ma anche di quello globale e globalizzato) essendo quella della libertà di movimento, di azione, di impresa, essendo in definitiva quella della mobilità (capitali, merci, persone), è di fatto impossibile un controllo capillare delle persone che di questa mobilità sono gli artefici e gli agenti. Pensate solo al controllo capillare della gente in entrata in una qualsiasi stazione (in tutte le stazioni!) di metropolitana: di fatto, se si vuole mantenere gli standard di velocità e di performanza della ferrovia sotterranea, ciò è del tutto improponibile. L’attacco terroristico indiscriminato (bersagli qualsiasi di forte impatto emotivo, massacro della gente comune) è impossibile da «contenere» nell’ambito della vita a cui siamo abituati, quella della mobilità e del movimento libero. Una questione possiamo però porcela a proposito di questi attentati: com’è possibile che la naturalità dell’uomo, che presuppone anche l’autoconservazione e la vita e la vitalità come elementi positivi e intrinseci ad ogni individuo, possa subire una totale nemesi in attacchi alla vita altrui ma anche alla propria; la formula del fanatismo non basta più a spiegare queste azioni anti-vita, anti-naturali.

Marcello Foa, in un articolo su cdt.ch si chiede, invece, «cui prodest», chi si avvantaggia, a chi conviene una situazione di terrorismo diffuso (e paure diffuse) ingeneratasi con gli ormai numerosi attentati suicidi in tutto il mondo. Foa probabilmente un’idea «cui prodest» se l’è fatta, ma non la enuncia. Provo, allora, visto l’interessa della questione, a fare alcune riflessioni in merito. Innanzitutto, Foa giustamente rimarca che a medio e lungo termine l’offensiva terroristica non favorisce in alcun modo un’eventuale presa di potere islamica in Occidente, che sarebbe invece forse possibile se fatta sotto traccia con un forte aumento della popolazione di matrice islamica, ma senza ricorrere ad attentati che la mettono, in un modo o in un altro, in cattiva luce. L’analisi è corretta, ma allora, cui prodest, a chi conviene l’odio montante contro le genti islamiche insediatesi in Occidente e l’attacco alla realtà occidentale della vita che poggia sull’enunciato mobilità=libertà? Forse, e sottolineo il «forse», ci si è troppo spesso dimenticati che il mondo odierno non è solo diviso da interessi statali-nazionali o ideologico-etnici ma anche e soprattutto da quelli commerciali. Chi può negare che a un interesse intrecciato (con investitori provenienti da dieci, venti o cinquanta Paesi diversi) e facente capo ad esempio all’estrazione e alla vendita dell’energia petrolifera di un certo lembo di terra non faccia comodo un conflitto epocale? Chi può negare che i cosiddetti interessi geostrategici non siano legati a volte in primo luogo alla rendita commerciale di un dato prodotto che serve per far andare avanti i macchinari di buona parte del mondo, mentre altri interessi, in questo caso quelli facilmente identificabili come politici di stati e nazioni, abbiano perso la propria primazia in questo ambito?

A questo punto, una considerazione finale si impone: e se, invece della «pace ideologica o confessionale» ci battessimo (media, opinione pubblica, la politica) per una «pace energetica» e per forme di collaborazione invece che di competizione estrema sui mercati dell’energia? Ciò potrebbe magari essere attuato anche e soprattutto con un cambiamento di paradigma del modello culturale/commerciale attuale: più socializzazione culturale, meno competizione globale.