«Incapaci d’accettare la diversità interna»

Intervista pubblicata il 30 marzo sul “Corriere del Ticino” a Martino Rossi, capogruppo del Partito Socialista nel Consiglio comunale di Lugano

I socialisti di Lugano, la candidatura Ducry e il futuro del PS secondo il capogruppo

Probabilmente, più di altri, il Partito socialista di Lugano ha vissuto anche al proprio interno le varie tappe delle aggregazioni comunali, sommatesi ai postumi della riunificazione cantonale, quella del 1992 tra PST e PSA, per certi versi ancora oggi non del tutto metabolizzata. Il modo di interpretare il socialismo, non solo sulle rive del Ceresio, resta un tema aperto che ha fatto capolino anche in vista delle elezioni del 10 aprile. Ne abbiamo parlato con Martino Rossi, da dodici anni capogruppo socialista nel Legislativo di Lugano, uno dei «grandi vecchi» del PS e membro della commissione cerca per le liste elettorali, che alla fine di questa legislatura lascia il Consiglio comunale.

Signor Rossi, la recente polemica innescata dalla lettera del presidente sezionale Raoul Ghisletta in cui si invitava a «doppiare» la municipale uscente Cristina Zanini Barzaghi, facendo imbufalire il candidato indipendente Jacques Ducry, sembra la spia di un malessere tuttora presente fra i compagni luganesi. Dal 2004 come ha vissuto l’evoluzione del partito e il suo altalenante consenso elettorale?

«All’inizio, nel 2004, si erano sovrapposti tre fenomeni. Il primo è che c’erano i socialisti che provenivano dai Comuni aggregati, nel mio caso da Breganzona, che erano un po’ i topi di campagna, mentre i nostri compagni già immersi nella politica luganese erano un po’ i topi di città che conoscevano bene i rapporti di potere.
La seconda componente è da ascrivere al fatto che vi erano delle reminiscenze legate alla provenienza, chi dal PSA, soprattutto i topi di campagna, e chi dal PST, i topi di città. Anche se con delle eccezioni: ad esempio il municipale Giovanni Cansani proveniva dal PSA, mentre alcuni consiglieri comunali di lungo corso, come Gianrico Corti e Lauro Degiorgi, venivano dal PST.
C’era poi una terza componente specifica luganese. Gianrico Corti amava ripetermi che Lugano era un Sonderfall. Ed effettivamente, per noi topi di campagna, era un po’ sbalorditiva questa Città, non tanto per la ricchezza e la capacità di spendere, spandere e talvolta anche sprecare, ma per il suo sistema di potere, con il PLR e il suo re Giorgio Giudici che mantenevano sempre l’egemonia sulla politica luganese nonostante non avessero più la maggioranza assoluta nell’Esecutivo. Di fronte a ciò, la nostra esuberanza, e forse anche la nostra ingenuità, di topi di campagna qualche tensione l’ha probabilmente creata tra esponenti socialisti della vecchia e della nuova Lugano».

Eppure nel 2004 eravate usciti rafforzati dalle elezioni, con il 20,7% dei consensi per l’Esecutivo e la conquista di un secondo seggio municipale e il 19,3% per il Legislativo con il passaggio da 8 a 12 consiglieri comunali. Come dire che siete poi stati incapaci di gestire questo consenso nella nuova grande Lugano?

«Per capire l’evoluzione del PS luganese dopo le aggregazioni occorre tener presente la situazione alla quale ci siamo trovati confrontati nelle ultime tre legislature. Quella tra il 2004 e il 2008 è stata caratterizzata da un primo biennio nel quale vi era una sensibile insofferenza verso il dissenso. Noi di provenienza PSA abbiamo creduto di dare un impulso di combattività, motivo per cui se una proposta municipale non ci piaceva lo dicevamo apertamente in commissione e in aula. Questo suscitava delle reazioni furiose soprattutto dal PLR e in parte dal PPD, come se i parlamenti non fossero luoghi per esprimere maggioranze e minoranze. Forse era la paura della nostra accresciuta forza elettorale. Poi, dal 2005, le cose sono cambiate e si è instaurata una dialettica più democratica con il Municipio. Con questo si sono evoluti positivamente anche i rapporti interni al PS tra esponenti della vecchia e della nuova Lugano».

Ciò che non è comunque servito alle elezioni successive del 2008, quando avete subito una netta perdita di consensi, dal 20,7 al 17% per l’Esecutivo (e il ritorno a un solo municipale) e dal 19,3 al 16,1% per il Legislativo. Un calo condizionato solo dalla scelta di Giovanni Cansani di non ripresentarsi?

«La scelta di Giovanni Cansani ha sicuramente influito, perché era un uomo molto generoso e popolare, radicato nel tessuto cittadino. La legislatura 2008-2013 a mio giudizio si è poi rivelata, fra quelle che ho vissuto io, la peggiore per la Città. Se in quella precedente Cansani in Municipio riusciva un po’ a tenere a bada Giorgio Giudici e Giuliano Bignasca, anche in virtù dell’amicizia personale che forse ha portato pure a un’eccessiva indulgenza nel non contrastare i due, con la sua uscita di scena le cose sono cambiate. Sono cresciute sia l’arroganza sia l’egemonia di Giudici e Bignasca. Come socialisti siamo però riusciti a evitare una saldatura tra il centro destra liberale e la destra leghista, vincendo la madre di tutte le battaglie, quella contro la tredicesima AVS iniqua, dai costi esorbitanti, usata come una clava per minacciare chi vi si opponeva. In alternativa, con un’azione interpartitica, siamo poi riusciti a far adottare una soluzione migliore con la revisione del regolamento comunale sulle prestazioni sociali».

Avrete evitato la saldatura tra centro destra e destra, ma alle elezioni del 2013 il vostro consenso si è ulteriormente eroso, finendo al 14,1% per l’Esecutivo e al 14,4% per il Legislativo, in pratica ai livelli del 2000, mentre la maggioranza relativa in Municipio e il sindacato sono stati conquistati alla grande dalla Lega. Non è paradossale, quasi beffardo per i socialisti?

«Può sembrare paradossale, tuttavia il risultato pratico dell’aver evitato la saldatura tra PLR e Lega c’è stato. Quest’ultima legislatura breve iniziata nel 2013 è infatti stata caratterizzata da una maggiore indipendenza del Consiglio comunale rispetto all’Esecutivo e da una notevole flessibilità del Municipio rispetto alle richieste diverse dalle sue. Ad esempio, sugli investimenti per gli alloggi popolari, che per noi socialisti sono stati una grande vittoria di questa legislatura, il Municipio ha aderito alle proposte commissionali. Abbiamo ritrovato una dialettica sana e l’Esecutivo ha finalmente dato una sterzata anche al metodo: maggior trasparenza nella struttura dei conti, tempestività nel presentare preventivi, consuntivi e piani finanziari aggiornati».

Caspita, è il mondo alla rovescia sentir dire dal capogruppo del Partito socialista che la miglior legislatura è stata quella con un Municipio a maggioranza relativa leghista.

«Le sembrerà incredibile, ma è così. Sono cambiate diverse persone nell’Esecutivo e questo ha modificato molte dinamiche sia all’interno del Municipio sia verso il Legislativo. E aggiungo anche, senza problemi, che una sorpresa molto positiva è stata il municipale Michele Foletti, il quale ha dimostrato sensibilità verso il rigore e la razionalità amministrativa».

Torniamo al PS: perché anche stavolta, come nel 2013, la lista per il Municipio crea certi mal di pancia?

«Tre anni fa ero io coordinatore della commissione cerca. Visto il crollo elettorale del 2008, mi ero detto che avremmo dovuto trovare una personalità adatta per riconquistare il secondo seggio e per rilanciare il consenso attorno al PS. Quindi avevo pensato a una figura molto popolare come quella dell’ex consigliera di Stato Patrizia Pesenti, che rappresentava una delle anime del partito unificato, affiancata da un esponente dell’ala dura e pura come Nenad Stojanovic. Persino Giorgio Giudici mi disse che quella era una gran bella lista. Peccato che nel giro di un paio di settimane nel partito me l’abbiano fatta a pezzi. Forse è mancato anche il reale convincimento di Patrizia Pesenti, perché ha mollato subito dopo qualche polemica. Insomma, già tre anni fa abbiamo rivelato la nostra incapacità di accettare la diversità all’interno del partito. Adesso ho l’impressione che con Jacques Ducry si ripeta lo stesso fenomeno».

Con la differenza che l’ex liberale radicale Ducry è un indipendente, non un uomo del PS.

«Partiamo da una premessa: nel 2013 i socialisti hanno avuto un’altra erosione dei consensi, fermandosi al 14,4% per il Consiglio comunale, ma se sommiamo i dati ottenuti da PS e Verdi si arriva al 19,5%. Per questo sono convinto che dobbiamo puntare a un discorso d’area e non di partito e per questo ho proposto di avere nella lista PS anche Verdi, PC, POP e l’indipendente Jacques Ducry. Quest’ultimo è un ponte con l’ala sinistra del radicalismo storico e la sua scelta non è da voltamarsina, ma da persona coerente con i suoi valori. Penso che il futuro del PS, non solo a Lugano, debba andare in questa direzione. La reazione del presidente sezionale Raoul Ghisletta, il quale non ha mai nascosto i suoi dubbi sulla candidatura di Ducry, è forse un po’ conservatrice, secondo il vecchio schema di far quadrato attorno agli uscenti. Anch’io sostengo l’uscente Cristina Zanini Barzaghi, persona di poche parole ma concreta e molto presente nei quartieri, tuttavia ciò non m’impedisce di vedere anche un obiettivo d’area. Il mio auspicio è che siano eletti entrambi».

Dovesse essere eletto in Municipio Ducry e rimanesse fuori Zanini Barzaghi succederebbe un patatrac nel PS luganese. È un rischio calcolato?

«Non è un rischio da sottovalutare e credo sia proprio questo il timore legittimo del presidente Raoul Ghisletta. Eppure rimango convinto che oggi la sinistra, per accrescere la sua capacità d’incidere sulle scelte politiche, debba saper proporre all’elettorato un discorso d’area».

Ma il vero problema non è forse un altro, e cioè che la sinistra ha perso il contatto con l’elettorato?

«I socialisti hanno perso la sintonia psicologica con l’elettorato, forse perché hanno perso una certa dimensione identitaria e affettiva. Un tempo essere di sinistra era veramente uno stato d’animo, come oggi dicono i leghisti del leghismo. Noi, col mutare della società, non siamo invece riusciti a ricreare questa identità nel territorio. In questo dovremo indubbiamente recuperare, ma non con il semplicismo populista che non risolve alcun problema».

Bruno Costantini