I cittadini felici sono cittadini migliori

di Françoise Gehring, candidata al Municipio e al Consiglio comunale di Mendrisio

«Ho una voglia maledetta di essere felice e sono pronta, giorno dopo giorno, a combattere per la mia dose di felicità con l’ostinazione di un mulo». È una celebre dichiarazione di Rosa Luxemburg, fondatrice del Partito comunista tedesco, uccisa per il suo impegno politico. Bertold Brecht la ricorda così: «Ora è sparita anche la Rosa Rossa, non si sa dove sia sepolta. Siccome ai poveri ha detto la verità/ I ricchi l’hanno spedita nell’aldilà».

La felicità come parametro di crescita, è stata introdotta per la prima volta dall’ONU nel 2012, su iniziativa del Bhutan, il primo paese ad avere un indice nazionale della felicità. Durante la Conferenza sullo sviluppo sostenibile del 2012, il presidente uruguayano José Pepe Mujica ha tenuto un intervento politico memorabile: «Il discorso della felicità». «Lo sviluppo – ha detto – non può essere contrario alla felicità. Deve essere a favore dell’amore sulla terra, delle relazioni umane. Veniamo alla luce per essere felici. Il nostro tesoro più importante è la felicità». Perché dunque un indice della felicità? Perché essere felici ci rende cittadini migliori. Come afferma Maurizio Pallante (fondatore del Movimento per la decrescita felice), forse è arrivato il momento di smontare il mito della crescita, di definire nuovi parametri per le attività economiche e produttive, di elaborare un’altra cultura, di sperimentare modi diversi di rapportarsi col mondo, con gli altri e con se stessi. Nel libro «Quanto è abbastanza?» Robert ed Edward Skidelsky, ricordano che il culto del profitto e della ricchezza creano disparità di reddito e sacche di povertà mai conosciute prima. «Non dobbiamo più chiederci che cosa serve per raggiungere il benessere – suggeriscono – ma che cosa davvero vogliamo dalla vita». Non si tratta di merci da comprare al supermercato, bensì di beni primari fondamentali non commercializzabili: salute, sicurezza, rispetto, amicizia, armonia con la natura, tempo libero, felicità. Per troppo tempo si è pensato che la felicità dipendesse dal livello dei consumi e, per assicurarsene una fetta sempre maggiore, è stato dedicato al lavoro sempre più tempo, sacrificando le relazioni umane, il principale generatore di felicità. Ma tutti questi discorsi sui massimi sistemi cosa c’entrano con Mendrisio? C’entrano eccome, perché una città diversa si costruisce in base a nuove visioni e alla capacità di credere in qualcosa di alternativo. L’aspirazione alla felicità è il comune denominatore alla base di tutti i progetti umani e il primo passo per ricompattare la società su progetti condivisi. Di fronte a sfide epocali che, volenti o nolenti, coinvolgono ognuno di noi, occorre un cambio di paradigma. Perché allora non cominciare a credere nella forza della felicità come metro di sviluppo invece che nel potere del denaro e nella sua ostentazione?