Tra paura ed empatia, per una politica dell’integrazione

di Renato Rossini, candidato al Municipio di Morbio Inferiore

La paura, la rabbia, la tristezza e la gioia sono sentimenti primari, innati, fanno parte del nostro patrimonio biologico. La paura innesca una reazione immediata di difesa, originariamente di fuga. Oggi ci si può difendere pure barricandosi in casa, erigendo muri ecc.

Siccome è annidata nel profondo del nostro essere, la paura è il sentimento più evocato in occasione di diverse votazioni: la paura dello Stato ficcanaso, di perdere delle libertà, di perdere il proprio benessere, dell’invasione di migranti. Con l’acquisto della parola l’uomo impara a sfumare i propri sentimenti, temperandoli con l’aiuto della riflessione. Così ad esempio la paura può modularsi in timore e si apre a nuove possibilità di risposta.
Nascono anche nuovi sentimenti: l’osservazione dei nostri simili e la comprensione di quanto ci assomiglino suscitano l’empatia, ossia la capacità di immedesimarsi nell’altro. Se l’altro si trova in una situazione sfavorita, riusciamo persino a suscitare in noi i suoi stessi sentimenti, e proviamo pertanto compassione (patire insieme), nei casi più gravi, pietà. Anche il sentimento affettivo per eccellenza, l’amore, contiene in buona dose l’ingrediente dell’empatia sotto forma di intimità. In altre parole l’empatia, che nasce da un misto di natura e cultura, ci rende più umani. L’empatia e i suoi derivati della compassione e della pietà agiscono da freno alla rabbia. Quando mancano, proviamo orrore, come nello stupro o nei pestaggi, dove chi aggredisce non si ferma neppure di fronte alla vittima inerme. Purtroppo la cronaca è piena anche di questi episodi e in questi casi si parla di individui anaffettivi, che non provano emozioni, sentimenti. Ma c’è di più, l’empatia fa da sostrato anche ai nostri più profondi valori, quali il rispetto, l’equità e la giustizia. L’empatia è veramente un sentimento di civiltà.

Si sente parlare di questi tempi di emergenza migranti. Già la parola emergenza evoca la paura, o almeno il timore. Non per niente il primo intervistato è stato il capo delle Guardie di confine. D’accordo, c’è un bisogno di sicurezza che non va demonizzato e va anzi riconosciuto e affrontato. Ma occorre dar voce pure all’empatia, che vive e deve vivere in noi, pena la nostra umanità. Essa richiede il rafforzamento delle politiche dell’accoglienza e dell’integrazione. Il Mendrisiotto può diventare il perno di una politica d’integrazione accorta e lungimirante.