«Non è possibile immaginare di ragionare su una riforma in cinquemila»

Intervista pubblicata il 24 marzo 2016 sul “Corriere del Ticino”
a Manuele Bertoli, membro del Consiglio di Stato e direttore del DECS

Ha vissuto in prima persona la giornata, qual è il suo bilancio?

«Da parte di chi fa e vive la scuola è emerso in modo chiaro il messaggio alla collettività sulla necessità di difendere questa istituzione, in quanto tassello fondamentale per la crescita di una società. Un segnale positivo dunque, che personalmente sottoscrivo».

A fronte di momenti di riflessione in mattinata, nel pomeriggio non sono mancati i toni più movimentisti e critici verso la linea di DECS e Governo. Comportamenti, i secondi, giustificabili?

«Appelli come “basta tagli” o “giù le mani dalla scuola”, vanno recepiti positivamente, poiché espressi a difesa di un bene prezioso di tutti, che la politica deve tutelare. Restiamo quindi al messaggio, da sottolineare e che potrebbe anche servirmi nelle discussioni sulle priorità d’investimento. Dietro ai progetti, che ci sono, va ora creato un sufficiente consenso».

In merito ai contenuti e alle risorse necessarie, le associazioni magistrali le rimproverano però di non riuscire a convincere il mondo scolastico sulle sue riforme. Sono critiche fondate?

«Sulla bontà dei progetti mi fermo ai dati articolati emersi dalla prima consultazione su “La scuola che verrà”. Con 700 docenti e una serie di plenum che hanno condiviso la gran maggioranza dei punti, a fronte di altri aspetti criticati sui quali stiamo naturalmente riflettendo. Bado più a questi dati che agli slogan generici. In merito alle risorse è inutile fasciarsi la testa prima d’aver messo sul tavolo un progetto, per cui sarà innanzitutto cruciale il consenso interno ed esterno alla scuola. Ed è in questo senso che ci stiamo muovendo, con fatica e tanto lavoro».

Le associazioni magistrali hanno affermato provocatoriamente che se in piazza erano presenti così tante persone è stato anche grazie ad alcune sue dichiarazioni. Come replica?

«Se si riferisce al presunto mancato coinvolgimento dei docenti, credo che ciò non corrisponda alla verità. Perché non si può immaginare di ragionare sull’abbozzo di una riforma in 5.000. Nessuno agisce così, neanche il Movimento della scuola quando presenta una bozza di manifesto. Non significa però che sui progetti non siano necessari consultazioni allargate e ascolto quando le ipotesi sono sul tappeto».

Norman Gobbi è corso in suo soccorso, non lesinando però critiche forti al corpo insegnante. Come ha accolto la sua intervista al Corriere del Ticino?

«Non ne abbiamo discusso, ma credo che Gobbi abbia evidenziato la difficoltà di chi gestisce un sistema complesso, come possono essere la scuola e la sicurezza. Non condivido però per nulla il suo giudizio sui docenti, che ritengo essere la colonna portante della scuola e il cui parere è per me essenziale, per quanto tra DECS e docenti non sempre ci sia accordo su tutto».

È stato ripetuto più volte: era importante riportare la scuola al centro del dibattito. E ora?

«A fine aprile sarà presentato il rapporto su “La scuola che verrà”, un progetto che ora risulta più dettagliato rispetto alla versione intermedia del 2014. Seguirà una grande consultazione. V’è poi il pacchetto di rientro, dove la scuola dell’obbligo non è toccata, a fronte di alcuni interventi nel post-obbligatorio e a livello universitario. Questo per quanto attiene all’attualità. Mi impegnerò per convincere una maggioranza politica e l’opinione pubblica della necessità di fare dei passi avanti nella scuola dell’obbligo, tassello preliminare di tutte le altre politiche scolastiche».