Ma dov’è la tutela dell’ambiente?

di Eva Feistmann

Ricorre fra breve il trentesimo anniversario della catastrofe di Cernobyl, la cui immensa nube radioattiva aveva attraversato i continenti e messo in allarme l’umanità. La messa in sicurezza permanente del rudere contaminato, sebbene ricoperto di un grosso manto di calcestruzzo battezzato «sarcofago», rimane una missione impossibile. Pure il più recente disastro di Fukushima sta cadendo nel dimenticatoio collettivo! Tale almeno sembra la valutazione delle nostre massime autorità che così giustificano il prolungamento della durata di vita delle centrali nucleari nostrane e l’allentamento delle norme di sicurezza. Decretate queste ultime – proprio sulla scia delle emozioni suscitate dal Super-GAU giapponese. Che ha reso invivibile una vasta area urbanizzata intorno al sito delle centrali e continua ad avvelenare le acque dell’oceano e i suoi ricchi ecosistemi.

Contemporaneamente, le Camere federali, dominate dai partiti di destra, decurtano i sussidi alle energie rinnovabili, già modesti in rapporto a quelli elargiti da altri paesi europei e, per contro, assicurano l’aumento degli aiuti statali alle centrali idroelettriche, sorvolando sul fatto che le difficoltà in cui si dibattono sono pure legate alla crisi climatica accompagnata dallo scioglimento delle nevi perenni e lo sconvolgimento dei cicli meteorologi stagionali.

E, come se non bastasse, la ministra Doris Leuthard, all’indomani dell’adesione popolare al raddoppio della galleria autostradale del San Gottardo, dichiara candidamente che è illusorio credere nella possibilità di arginare il traffico pesante cosi da rientrare nell’obiettivo fissato dall’articolo costituzionale sulla protezione delle Alpi.

E mentre Governo e Parlamento mettono in scena il voltafaccia in materia di tutela ambientale, uno studio commissionato dalla banca UBS al fine di programmare il proprio futuro energetico, riafferma che gli obiettivi della Conferenza di Parigi in materia di salvataggio del clima terrestre, sono realistici e raggiungibili senza compromettere l’equilibrio finanziario. Una concomitanza imbarazzante per chi sceglie la retromarcia.

Gli indirizzi di politica climatica ed energetica sono troppo seri per essere ripensati da un quadriennio all’altro in funzione degli umori partitici. Proprio perché i loro «effetti collaterali» – scientificamente accertabili – ricadranno essenzialmente sulle generazioni future. Sebbene le persistenti quotazioni irrisorie del petrolio e di conseguenza dei carburanti e combustibili fossili, che invitano allo spreco non facilitino il compito di perseverare nella scelta lungimirante.