Il classico intervento fatto a fette di salame

Intervista pubblicata dal “Corriere del Ticino”
a Saverio Lurati, membro del Gran Consiglio

C’è il timore di un progressivo smantellamento

Dopo il 1997 e il 1999, anche il 2016 sarà contraddistinto da una votazione popolare in materia di negozi. Questo fatto cosa le suggerisce?

«Non è così eccezionale che nel nostro Paese si ritorni periodicamente su questioni di interesse generale come nel caso concreto. Quindi mi pare un utile esercizio democratico sottoporre alle cittadine e ai cittadini un tema così importante e delicato in quanto contrariamente a quanto si cerca di far intendere non si tratta di una mezzora in più, ma dell’inizio di un’estensione degli orari per tutte le categorie professionali».

Le legge che regola i commerci in Ticino è datata 1968. Da allora molto è cambiato. Perché gli orari dei negozi devono rimanere quelli dell’epoca?

«Molto spesso, per giustificare i cambiamenti auspicati dalle lobby economiche, si invoca la necessità di ammodernare un impianto legislativo costruito nel tempo. Il tutto dimenticandosi che, saggiamente, i nostri padri e nonni avevano modellato le leggi a misura d’uomo e non del capitale».

Nel 1999 vi eravate opposti perché era prevista la liberalizzazione completa per i negozi a conduzione familiare. Oggi il cambiamento sembra più prudente, eppure non vi piace. La vostra filosofia è puri e duri fino alla fine?

«Nel 1999 ci eravamo opposti per gli stessi motivi odierni. Sostanzialmente perché attraverso interventi a fetta di salame (e quindi introdotti in maniera subdola) si vorrebbe gradualmente arrivare alle aperture ininterrotte e non solo per i negozi. Insomma si tende ad una società 7 giorni su 7, 24 ore su 24».

Lei cosa cambierebbe nella normativa che disciplina il settore? O lascerebbe tutto com’è?

«Molto probabilmente alcuni cambiamenti (non nel senso degli orari, ma solo per evitare deroghe su deroghe) sarebbero necessari e alcune normative potrebbero essere modificate senza toccare gli orari. Inoltre, ogni eventuale altro cambiamento dovrebbe mettere al centro delle discussioni le persone, siano esse consumatrici o lavoratrici».

Cambiare gli orari dei negozi non significa lavorare di più. In molte professioni questo avviene, neppure senza troppi drammi. Il personale dei negozi è intoccabile?

«Il fatto che questo avvenga laddove ciò è indispensabile (trasporti pubblici, sanità, ristorazione, radio e Tv) non significa che bisogna orientare tutta la società in quella direzione. Inoltre una questione poco discussa e spesso mal compresa riguarda la gestione degli orari di lavoro. Ciò che sta avvenendo è uno spezzettamento del tempo di lavoro che viene ripartito sulle 14 ore d’apertura. Di fatto ciò corrisponde a non avere più una vita privata e impedisce una sana gestione della vita familiare».

Lei, sindacalista di lungo corso, sa bene cosa rappresenta questo personale per chi difende e rappresenta i lavoratori. O sbaglio?

«Proprio per questa ragione, in assenza di un contratto collettivo di lavoro che regolamenti le condizioni d’impiego, diventa improponibile ogni cambiamento che di fatto prefigura un ulteriore peggioramento a carico delle impiegate di vendita».

In Parlamento vi siete battuti per un no, ma avete contribuito a far passare il vincolo del contratto collettivo di lavoro di obbligatorietà generale. Dove sta la vostra coerenza?

«Premesso che in fatto di coerenza non abbiamo niente da imparare da nessuno, è abbastanza normale che, di fronte ad una maggioranza insensibile alle esigenze del personale e dei piccoli commercianti, la strategia del contenimento del danno fosse, nel contesto attuale, l’unica praticabile».

Tutti sappiamo che quella decisione è come un castello di carta, che un ricorso farebbe cadere, annullando tutto. A chi sostiene che il vostro è stato solo un calcolo di convenienza e di visibilità, come replica?

«Semplicemente che quanto da lei affermato l’abbiamo scritto sul nostro rapporto di minoranza, ma che se, come vorrebbero far intendere i rappresentanti della grossa distribuzione, vi fosse ancora un briciolo di buon senso, molto probabilmente si potrebbe trovare una soluzione a vantaggio di tutto il settore. Di fatto chi ha voluto la prova di forza (vedi tassa di collegamento) sono sempre gli stessi che sulle spalle dei cittadini vogliono continuare ad arricchirsi senza pagare dazio».

Se oggi non si è arrivati ad un contratto collettivo nel settore di chi è la colpa?

«Certamente dei rappresentanti padronali, in particolare della grossa distribuzione, che anche attraverso questi cambiamenti perseguono una politica di smantellamento dei negozi di paese. Inoltre ciò che assolutamente non vogliono è la possibilità data ad organismi competenti paritetici di verificare la corretta applicazione dei disposti contenuti in un eventuale CCL».

Il commercio in Ticino necessita di nuovo ossigeno e la mezzora in più al giorno potrebbe fare bene. Non vi sentite un po’ responsabili di questo immobilismo, mentre i commerci di confine vi ringraziano?

«Probabilmente il commercio ticinese non abbisogna di nuovo ossigeno, ma semplicemente di applicare una politica dei prezzi meglio allineata con i salari insufficienti di una grossa parte dei ticinesi. A questo proposito basterebbe aprire gli occhi per accorgersi che i nuovi retailer apparsi negli ultimi anni anche nel nostro cantone stanno facendo il pieno di clienti, oltretutto pagando salari più decenti degli altri».

Se i cittadini, come voi auspicate, diranno no, significherà mettere una pietra tombale sulla questione dei negozi?

«Noi riteniamo che di definitivo e certo c’è solo la morte e che nell’ambito della difesa dei salariati quanto si è conquistato nel tempo può essere garantito solo lottando continuamente. Quel che però è certo è che se la prospettiva continuerà ad essere quella attuale, difficilmente, in tempi brevi, si potrà riaprire il discorso. Non va inoltre dimenticato che il cambiamento ipotizzato obbligherebbe lo Stato a modificare la griglia degli orari del trasporto pubblico, con costi che il Cantone si rifiuta di quantificare (non per niente l’attuale Governo è silente a questo proposito poiché lasciare la situazione dei trasporti pubblici come ora significa essere in contraddizione con quanto si sta facendo per risolvere i problemi di traffico e di inquinamento) e significa pure chiamare le imprese di trasporto e i conducenti dei mezzi ad un allungamento degli orari».

Il nostro commercio non necessita di nuovo ossigeno, semplicemente di una politica dei prezzi meglio allineata ai salari insufficienti di molti

Cambiare o no?

Probabilmente ritocchi per evitare le deroghe sarebbero necessari e alcune normative potrebbero essere modificate, però senza toccare le chiusure